Unire Formazione Esperienziale e Team Coaching – il corso Experiential Team Coaching

10/06/2015 § 2 commenti

Non è un’idea nuova, è un po’ che ci si pensa in più colleghi e alla fine con Alessandra, con il supporto di Stefania e Lapo, abbiamo deciso di provarci. Così nasce il primo corso ETC – Experiential Team Coaching e la prima edizione si terrà il prossimo 26-28 giugno a Firenze presso la sede di PLS Coaching.

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Perché fare un corso del genere? Un po’ per unire i puntini. tanto per usare una metafora… nel senso che fra coaching e formazione esperienziale ci sono molti punti di incontro e le attività esperienziali possono aiutare un coach a rendere evidenti le dinamiche del team in modo palese, così come la metodologia del coaching può aiutare molto un formatore esperienziale a gestire la fase maieutica del debriefing. Comunque, tornando ai perché… Perché spesso i coach sono molto preparati nel confronto uno a uno ma i team necessitano non solo del confronto col coach ma anche del confronto in seno al team stesso e la formazione esperienziale fornisce una bella palestra per sperimentare in modo sicuro al di fuori del territorio aziendale. Perché pensiamo che una cassetta degli attrezzi con qualche strumento in più possa aiutare coach, formatori e chiunque i occupi di gestire team a ottenere il meglio dai propri interventi. Questo più o meno il perché.

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Cosa faremo e cosa vedremo? Esercitazioni, modelli teorici (alcuni noti altri forse meno) e la loro applicabilità nel team coaching e modelli di debriefing che aiutino coach e formatori a far emergere e ad analizzare le dinamiche del team in modo da aiutare gli stessi team a migliorare dove loro stessi ritengono di dovere e potere.

Come lavoreremo? Alterneremo momenti di teoria a momenti di pratica seguiti a momenti di riflessione su quanto accaduto e di meta-riflessione sul come e quando utilizzare certi approcci quando si lavora con i team.

In ultimo, siamo certi che ciò che vedremo, sentiremo e sperimenteremo assieme aiuterà più di un partecipante non solo a diventare un coach o formatore più abile e versatile ma anche a conoscersi un po’ meglio e a trovare sinergie e relazioni con altri colleghi preparati e disposti ad investire su di loro. Insomma, la nostra speranza e il nostro desiderio è quello di creare un bel momento di apprendimento per tutti, ovviamente noi compresi!

Vi aspettiamo e se vi servono un po’ di info in più sul corso le trovate qui: http://www.plscoaching.it/scuola-di-coaching/corso-team-coaching/

Alcune considerazioni sulla PNL e Wikipedia dopo l’NLP Trainer Training di Orlando

03/09/2012 § 6 commenti

Sembra ieri, invece è passato un mese da quando sono tornato da Orlando. Il tempo è relativo, non c’è nulla da fare. Ieri un mio amico mi ha chiesto “ma in un’ora di surf, quanto tempo stai veramente sulla tavola?…” Non credo neanche 5 minuti. Forse meno. L’onda media della Versilia se hai fortuna ti tiene in piedi per una decina di secondi. Eppure sembrano un’eternità. Si chiama “distorsione temporale” e non ha nulla a che vedere con i superpoteri di Silver Surfer, è semplicemente un meccanismo mentale che tutti abbiamo provato in qualche occasione della vita…

Figura 1 – Silver Surfer

Semplicemente il tempo che si dilata o passa fulmineo è frutto di una nostra percezione. Quando siamo particolarmente presenti, consapevoli, il tempo si estende particolarmente. 10 secondi sono lunghissimi, se li vivi tutti. Se il concetto di fotogramma fosse applicabile ad un flusso continuo quale è il tempo, potresti raccontare ogni singolo fotogramma di quello che è accaduto. E affianco dei ricordi visivi appaiono anche ricordi di altro tipo: suoni, profumi, sensazioni…. Il ricordo è più reale. Semplicemente, quando riporti la mente a quei momenti, quasi li rivivi.

Ecco, credo che di Orlando potrei quasi ricostruire ogni singolo giorno. Sei sempre presente, sempre allerta. Anche perché ci sono prove in continuazione. Molto istruttivo, ma anche molto stressante (volutamente).

Ma forse non tutti sanno di cosa io stia parlando. Ad Orlando si tiene due volta all’anno il Trainer Training in NLP (Neuro-Linguistic Programmin o PNL – Programmazione Neuro-Linguistica – come viene definita in Italiano) ovvero la formazione formatori in PNL della scuola di Richard Bandler. Quest’anno, nell’ultima decade di luglio, ho avuto la fortuna di parteciparvi. Ma prima di parlarvene, credo sia opportuno fare un paio di premesse. « Leggi il seguito di questo articolo »

Come lo scalar le montagne aiuta a risolvere i problemi in azienda

15/01/2012 § 6 commenti

Poco tempo fa ho avuto modo di leggere sul blog dell’amico Luigi Mengato un’interessante riflessione sulle keywords più utilizzate nei profili Linkedin. Una delle cose più interessanti che si evince dalle statistiche del social network è che la competenza più diffusa nei curriculum online di noi conterranei di Dante e Michelangelo è quella, udite udite, del Problem Solver. E io ingenuo che pensavo di essere in un paese di creativi, mai farsi ingannare dai luoghi comuni…

Guarda caso, parlando poco dopo con un’amica che si occupa di selezione, vengo a scoprire che proprio la capacità di risolvere i problemi (che fa molto Sig. Wolf di Pulp Fiction) pare sia una delle competenze maggiormente ricercate dalle aziende italiane in questo periodo, un po’ a tutti i livelli. Mi è sorto quindi il sospetto che si sia sì creativi, ma a crear casini. Ci serve quindi qualcuno che i problemi li risolva, altrimenti non ci resta che diventar tutti guide turistiche e portare i cinesi a vedere le bellezze del Rinascimento, prima che si comprino anche quelle…

Tutto questo parlare di problemi e problem solver mi ha fatto venir voglia di scrivere un post su un modello di problem solving, appunto, che io reputo essere molto efficace, sia esso applicato nella formazione aziendale o nel coaching (sportivo e non). Il modello di cui mi accingo a parlare è fra le altre cose utilizzato, con notevoli risultati, anche in ambito psicologico. E neanche a dirlo il suo creatore è proprio uno psicologo di fama internazionale, e per una volta però si tratta di un Italiano, non del solito Americano.

Lo psicologo in questione si chiama Giorgio Nardone e il modello è quello del Problem Solving Strategico. Il modello è, almeno in linea di massima, piuttosto lineare, come sintetizzato dall’immagine seguente:

Processo del Problem Solving Strategico

In questo modello vi sono alcuni passaggi che sono di particolare interesse e che aiutano a individuare soluzioni creative. Ne darò qui la mia personale interpretazione per come io li ho utilizzati e li utilizzo, interpretazione di cui mi scuso in anticipo con Nardone, dato che potrei aver male interpretato qualche passaggio. Ma tutto sommato se ho ben interpretato o meno poco conta, dato che, come scrive lo stesso Nardone nel suo libro “Problem Solving Strategico da tasca” (Edizioni Ponte Alle Grazie, pag 144):

[…]la verità coincide con l’efficacia […] vale a dire che è vero tutto ciò che funziona nel raggiungere gli obiettivi prefissati.

E per ora, tutto sommato, quando mi sono trovato ad applicare questi principi l’obiettivo è stato raggiunto, il che vuol dire probabilmente che tanto casino non devo averlo fatto!

Tornando al modello, il primo punto che vorrei analizzare è il “come peggiorare?”. « Leggi il seguito di questo articolo »

Lance Armstrong, un esempio di Resilienza.

07/01/2012 § 5 commenti

Ho terminato da poco di leggere  “It’s not about the bike” di Lance Armstrong. Non voglio dare giudizi sull’onestà o meno dell’atleta, dato che da quel che ho letto in vari siti si tratta di un personaggio molto controverso. E in ogni caso si parla di un’autobiografia, quindi il testo è inevitabilmente un po’, se non molto, di parte. Voglio comunque pensare che ciò che ho letto sia vero, e che l’uomo sia in buona fede. Sarà perché alla fine mi piace credere alle favole che finiscono bene e non amo i film dove vincono i cattivi…

Lance Armstrong - immagine Wikipedia

Fatta questa premessa, posso dire con tranquillità di essere rimasto impressionato dal carattere di Armstrong più che dalle sue imprese sportive, seppur impressionanti, che peraltro nel libro sono in secondo piano rispetto alle vicende umane.

Come dice il titolo infatti, il libro non riguarda la bici, o per lo meno non è un libro essenzialmente sul ciclismo. A mio parere questo è un libro sulla resilienza, sulla capacità dell’essere umano di prendere bastonate incredibili e poi rialzarsi, anche più forte di prima. Se non più forte fisicamente, più forte però mentalmente. E ad alti livelli il fisico non basta, è la mente che vince.
Non è un caso che la grande carriera di Lance Armstrong, sette Tour de France vinti oltre al resto, inizi davvero dopo aver sconfitto una delle grandi malattie dell’uomo: il cancro.

Ma cos’è la resilienza? « Leggi il seguito di questo articolo »

Open: La lezione di Agassi e la metafora del tennis

11/08/2011 § 19 commenti

Pochi giorni fa ho terminato di leggere la biografia di Andre Agassi, Open. In gioventù ho giocato a tennis, facendo un po’ di agonismo e arrivando a giocare qualche torneo, con risultati non stupefacenti, devo ammettere. Agassi ricordo che a quei tempi era ad inizi carriera (si parla della fine degli anni ’80) e io non lo amavo particolarmente, il suo look da teppistello non mi affascinava affatto. Ricordo che mi piaceva particolarmente Mats Wilander il quale al confronto sembrava un nobile, forse perché era svedese e non uno “yankee”…

Leggere le parole di Agassi mi ha permesso di rivivere quegli anni e di rianalizzare le mie difficoltà nel tennis e, per certi versi, anche negli altri sport che ho praticato a livello agonistico negli anni seguenti, vela e arti marziali in primo luogo.
Inoltre, come sempre quando si parla di sport professionistico, ho potuto scorgere alcune interessanti analogie con la vita lavorativa e anche qui ho trovato più di uno spunto di notevole interesse.

In ultimo ho modificato la mia opinione su Agassi, leggere le sue parole mi ha fatto riflettere sul senso della ribellione giovanile e su come spesso sia facile giudicare un’altra persona o una situazione basandosi sulla propria percezione e, per usare Korzybski, su come la nostra mappa non sia affatto il territorio ma spesso sia solo una imprecisa, parziale e tendenziosa rappresentazione dello stesso. Ciò non vuol essere un giudizio positivo sulla sua condotta di Agassi, deplorevole in più di una circostanza, ma semplicemente una presa di coscienza del fatto che dietro ogni comportamento ci sono motivazioni spesso non facilmente intuibili. « Leggi il seguito di questo articolo »

Arti Marziali e altre discipline nel Coaching Aziendale: Case History

10/11/2009 § Lascia un commento

Segnalo questo interessante articolo di Lapo Baglini pubblicato su Psicolab la scorsa settimana, un case history di Coaching Aziendale e di Formazione Esperienziale, dove, fra le altre discipline, hanno trovato applicazione anche le Arti Marziali (con l’intervento del sottoscritto in qualità di Formatore). Riporto qui di seguito riporto alcuni passaggi significativi e rimando alla lettura dell’intero articolo per approfondimenti:

“…quando l’azienda si pone degli obiettivi [formativi] di più ampio respiro, quando non ci si ferma solo alle competenze tecniche ma si chiede alla propria organizzazione un balzo in avanti in termini di competenze relazionali e trasversali, ecco che l’azienda sta chiedendo di acquisire al proprio interno nuove idee, di imparare nuovi comportamenti. Il che è tanto più vero se si affrontano tematiche quali motivazione, team building, spirito di squadra, leadership. In una parola le declinazioni del coaching aziendale e del Team Coaching….

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