L’NLP Trainer Training di Orlando, una vista laterale – l’uso del linguaggio arricchito in PNL

04/09/2012 § 2 commenti

Dopo la premessa fatta nel mio ultimo post, posso raccontarvi ciò che è accaduto all’NLP Trainer Training di Orlando. O per lo meno ciò che ricordo di aver vissuto che, come voi probabilmente saprete, non è necessariamente simile a ciò che è accaduto realmente. A proposito, lo sapevate che ogni volta che accedete ad un vostro ricordo lo modificate? Pensate di avere dell’argilla morbida e umida in mano, con quell’argilla plasmate una piccola scultura. Dopodiché fate una sfera di quella stessa argilla, e, qualche giorno dopo, cercate di ricreare ciò che avevate plasmato la prima volta. E così via nel tempo. Lentamente la vostra creazione si modificherà, eppure a voi sembrerà, nel bene o nel male, sempre la stessa cosa. Lo stesso accade con i ricordi.

Figura 1 – una piccola scultura d’argilla fatta durante un’attività esperienziale

Di Orlando ho una serie di immagini, di suoni e di sensazioni cinestesiche. L’hotel dove ho dormito, la moquette ruvida anni ’80, la stanza all’ultimo piano vista lago artificiale con annessi pontili finti. La classica stanza anonima da film poliziesco, occupata da agenti FBI in appostamento che spiano dalla finestra col binocolo (chi ha il binocolo? La finestra o gli agenti?…) da dietro delle tende spesse e polverose. L’aria condizionata rumorosa, le luci al neon troppo deboli e la televisione a tubo catodico enorme e con centinaia di canali (mi ci è voluta un’ora per passarli tutti – inutili). « Leggi il seguito di questo articolo »

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Alcune considerazioni sulla PNL e Wikipedia dopo l’NLP Trainer Training di Orlando

03/09/2012 § 6 commenti

Sembra ieri, invece è passato un mese da quando sono tornato da Orlando. Il tempo è relativo, non c’è nulla da fare. Ieri un mio amico mi ha chiesto “ma in un’ora di surf, quanto tempo stai veramente sulla tavola?…” Non credo neanche 5 minuti. Forse meno. L’onda media della Versilia se hai fortuna ti tiene in piedi per una decina di secondi. Eppure sembrano un’eternità. Si chiama “distorsione temporale” e non ha nulla a che vedere con i superpoteri di Silver Surfer, è semplicemente un meccanismo mentale che tutti abbiamo provato in qualche occasione della vita…

Figura 1 – Silver Surfer

Semplicemente il tempo che si dilata o passa fulmineo è frutto di una nostra percezione. Quando siamo particolarmente presenti, consapevoli, il tempo si estende particolarmente. 10 secondi sono lunghissimi, se li vivi tutti. Se il concetto di fotogramma fosse applicabile ad un flusso continuo quale è il tempo, potresti raccontare ogni singolo fotogramma di quello che è accaduto. E affianco dei ricordi visivi appaiono anche ricordi di altro tipo: suoni, profumi, sensazioni…. Il ricordo è più reale. Semplicemente, quando riporti la mente a quei momenti, quasi li rivivi.

Ecco, credo che di Orlando potrei quasi ricostruire ogni singolo giorno. Sei sempre presente, sempre allerta. Anche perché ci sono prove in continuazione. Molto istruttivo, ma anche molto stressante (volutamente).

Ma forse non tutti sanno di cosa io stia parlando. Ad Orlando si tiene due volta all’anno il Trainer Training in NLP (Neuro-Linguistic Programmin o PNL – Programmazione Neuro-Linguistica – come viene definita in Italiano) ovvero la formazione formatori in PNL della scuola di Richard Bandler. Quest’anno, nell’ultima decade di luglio, ho avuto la fortuna di parteciparvi. Ma prima di parlarvene, credo sia opportuno fare un paio di premesse. « Leggi il seguito di questo articolo »

3P Model – Un modello per il Debriefing nella Formazione Esperienziale

30/08/2012 § 4 commenti

Come molti di voi probabilmente già sapranno, una delle chiavi di un intervento formativo di successo, svolto attraverso una attività di formazione esperienziale, è il debriefing.

Per chi di voi invece è a digiuno dell’argomento, vale la pena di spendere due parole su questo concetto. Il nome debriefing è di matrice militare e, come viene efficaciemente spiegato in Wikipedia nella pagina dedicata all’argomento, veniva usato per ricevere informazioni da un pilota o da un soldato dopo una missione […]. Un altro scopo del debriefing militare era di valutare l’individuo prima di reinserirlo nei suoi ranghi originari dopo la missione.

Figura 1 – 3P Model

Nell’Experiential Learning (apprendimento esperienziale), sempre citando liberamente Wikipedia, il debriefing è “un processo semi-strutturato attraverso il quale il facilitatore, al termine di una certa attività, effettua una serie di domande progressive, con un’adeguata sequenza che lasci i partecipanti riflettere su quanto accaduto, dando importanti spunti di riflessione con lo scopo di proiettare l’esperienza nel futuro, collegando quanto fatto con le azioni da compiere in futuro. (traduzione e adattamento miei). « Leggi il seguito di questo articolo »

Il terzo Barcamp sulla Formazione Esperienziale

15/06/2012 § 9 commenti

La scorsa settimana, l’8 e 9 giugno per la precisione, si è svolto presso l’Abbazia di Praglia (Abano Terme) il terzo Barcamp sulla Formazione Esperienziale. E’ stato uno splendido momento di condivisione dove molti di noi (fra cui il sottoscritto) hanno condiviso metodi e tecniche per la conduzione di attività esperienziali (le cosiddette Small Techniques).

Qui mi limito a mettere il link al set fotografico preparato dall’amico Luigi Mengato e dal fotografo Matteo Sandi, che si è gentilmente messo al servizio per l’occasione:

Se qualcuno avesse qualche curiosità da soddisfare sull’evento, beh… non avete che da chiedere 🙂

Ah, dimenticavo… C’è anche una pagina FB dove potete curiosare:

http://www.facebook.com/ExperentialTrainingBarCamp

Questo evento è la dimostrazione che, anche con pochi mezzi finanziari, si può far molto, se il gruppo è buono e c’è la giusta motivazione.

Una splendida prova, complimenti a tutti.

Nessun uomo è un’isola

18/05/2012 § 2 commenti

Oggi, quasi per caso, mi sono imbattuto in questa poesia:

Nessun uomo è un’isola,
completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.

La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.

Il testo è stato scritto quasi 400 anni fa dal poeta e religioso inglese John Donne, molti di voi sicuramente lo conosceranno.

Ora, per il mio lavoro mi trovo costantemente a parlare di collaborazione, fiducia e responsabilità condivise.
Leggendo queste parole, ho pensato quasi subito ad un parallelismo con il mondo del lavoro (ormai è un automatismo).

Fortunatamente in azienda la morte è ancora qualcosa che avviene di relativamente di rado (anche se in un mondo civile ed avanzato non dovrebbe proprio avvenire se non per un imprevisto imprevedibile).
Spesso però in azienda regnano l’individualismo, la scarsa collaborazione e l‘idea che la responsabilità di ciò che accade sia sempre di qualcun altro.

Ma la campana suona per noi tutti, l’errore di uno è l’errore di tutti, soprattutto quando tutti gli altri non aiutano chi sbaglia. Mai come ora è il momento di prenderci le nostre responsabilità e rimboccarci le maniche.  Tutti insieme. Perché nessun uomo è un’isola.

“È impossibile cambiare…” Ma ci avete provato?

15/02/2012 § 4 commenti

Questa foto ha a che vedere con la possibilità dell’essere umano di sfidare, e vincere, i propri limiti. Ha a che vedere con la possibilità di cambiare le credenze che un uomo ha a proposito di sé stesso e degli altri.
Quest’uomo con una gamba e un braccio in meno riesce a far cose che molte persone non riuscirebbero a fare neanche con quattro gambe e quattro braccia, solo perché credono di non poterlo fare.
Quest’uomo forse nella sua vita si è sentito per un po’ un invalido. Poi a deciso di smettere di sentirsi tale. Come lui, tanti altri. Cito uno su tutti, l’amico Andrea Devicenzi  (vi invito davvero a vedere il suo sito e a conoscere le sue imprese), al quale devo, fra le altre cose, l’avermi mostrato questa foto.

Per cambiare, per osare, dobbiamo crederci e avere la volontà di farlo.

Penso ai tanti imprenditori o ai loro dipendenti che spesso mi dicono “qui le cose sono sempre state così e mai cambieranno“.
Siete sicuri? Perché se lo siete sicuramente non lo faranno. Poi mi sento dire “sono loro il problema“.  Già, il problema è sempre qualcun altro: il destino avverso, la pioggia, i politici, gli imprenditori (quando parlo ai dipendenti), i dipendenti (quando parlo agli imprenditori)…

Forse anche Gandhi e Martin Luther King lo avranno detto… “destino avverso” o “colpa degli altri che sono cattivi“… Poi cos’hanno fatto? Hanno iniziato a comportarsi diversamente loro in primis, non hanno aspettato che cambiassero gli altri o che il destino diventasse spontaneamente più propizio.
E cambiare le abitudini dell’impero britannico o dei segregazionisti americani, fidatevi, credo sia stato più complesso di quanto potrà mai essere cambiare, in un modo o nell’altro, l’atteggiamento dei vostri colleghi.

E se vi state chiedendo quanto potreste cominciare a cambiare, vi direi di cominciare ora. Prima lo fate prima otterrete dei risultati. Per farvi riflettere, qui sotto trovate il famoso discorso dove Martin Luther King illustra, splendidamente, il suo sogno di cambiamento, sogno che ha perseguito fino all’ultimo. Buon cambiamento anche a voi.

La vela e l’arte della crescita aziendale sostenibile

11/02/2012 § 2 commenti

Dall’età di 8 anni fino a quando ne avevo 23 ho praticato agonismo in deriva, in barca a vela. Optimist, 420 e 470, una classica trafila. Nell’immaginario collettivo italiano, quando si pensa alla vela, generalmente si pensa alla Coppa America o ai barconi della Volvo Ocean Race. La vela è anche altro. Soprattutto, direi, è altro. Si tratta ovviamente di un’opinione personale, ma posso assicurare che è ben condivisa da tutti coloro che, come me, sono cresciuti in deriva e poi, per un motivo o per l’altro, sono passati ai “barconi” (come generalmente il derivista chiama tutto ciò che galleggia, ha una vela e che deriva non è…).

470 al lasco - da Wikipedia

Le derive, per chi non ne avesse familiarità, sono quelle piccole barche a vela dove si va da soli o in due (qualche volta anche in 3 o più), molto leggere e carrellabili e che tendono a rovesciarsi con facilità. Fortunatamente, in genere, con altrettanta facilità o quasi si raddrizzano (generalmente non affondano). Alcune di queste vengono anche chiamate, anche per questa peculiarità, derive acrobatiche. Per intendersi, a differenza dei barconi, sulle derive non si può andare in giro con tagliere di salame e prosecco in pozzetto, ma, se va bene, si va avanti a Enervit (chi si ricorda il mitico Enervitene??) e si fa una fatica bestia, senza contare il freddo polare che si patisce nei mesi invernali.

La vela, la deriva, è uno sport di fatica, costanza e resilienza (vedi il mio articolo a riguardo) in più è tremendamente tecnico, il che, almeno per me, ne aumenta notevolmente il fascino. Nella vela c’è tutto, la mente, il fisico, il rapporto con gli altri, la tecnica, il mezzo “meccanico”, regole complesse, gli elementi della natura. Di conseguenza il derivista deve avere una mente e un fisico preparati, saper far parte di un team, conoscere e saper regolare e riparare il proprio mezzo, essere un po’ giurista, conoscere e saper trarre il meglio dalle condizioni meteo e dal campo di regata. « Leggi il seguito di questo articolo »

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