La vela e l’arte della crescita aziendale sostenibile

11/02/2012 § 2 commenti

Dall’età di 8 anni fino a quando ne avevo 23 ho praticato agonismo in deriva, in barca a vela. Optimist, 420 e 470, una classica trafila. Nell’immaginario collettivo italiano, quando si pensa alla vela, generalmente si pensa alla Coppa America o ai barconi della Volvo Ocean Race. La vela è anche altro. Soprattutto, direi, è altro. Si tratta ovviamente di un’opinione personale, ma posso assicurare che è ben condivisa da tutti coloro che, come me, sono cresciuti in deriva e poi, per un motivo o per l’altro, sono passati ai “barconi” (come generalmente il derivista chiama tutto ciò che galleggia, ha una vela e che deriva non è…).

470 al lasco - da Wikipedia

Le derive, per chi non ne avesse familiarità, sono quelle piccole barche a vela dove si va da soli o in due (qualche volta anche in 3 o più), molto leggere e carrellabili e che tendono a rovesciarsi con facilità. Fortunatamente, in genere, con altrettanta facilità o quasi si raddrizzano (generalmente non affondano). Alcune di queste vengono anche chiamate, anche per questa peculiarità, derive acrobatiche. Per intendersi, a differenza dei barconi, sulle derive non si può andare in giro con tagliere di salame e prosecco in pozzetto, ma, se va bene, si va avanti a Enervit (chi si ricorda il mitico Enervitene??) e si fa una fatica bestia, senza contare il freddo polare che si patisce nei mesi invernali.

La vela, la deriva, è uno sport di fatica, costanza e resilienza (vedi il mio articolo a riguardo) in più è tremendamente tecnico, il che, almeno per me, ne aumenta notevolmente il fascino. Nella vela c’è tutto, la mente, il fisico, il rapporto con gli altri, la tecnica, il mezzo “meccanico”, regole complesse, gli elementi della natura. Di conseguenza il derivista deve avere una mente e un fisico preparati, saper far parte di un team, conoscere e saper regolare e riparare il proprio mezzo, essere un po’ giurista, conoscere e saper trarre il meglio dalle condizioni meteo e dal campo di regata. « Leggi il seguito di questo articolo »

Come lo scalar le montagne aiuta a risolvere i problemi in azienda

15/01/2012 § 6 commenti

Poco tempo fa ho avuto modo di leggere sul blog dell’amico Luigi Mengato un’interessante riflessione sulle keywords più utilizzate nei profili Linkedin. Una delle cose più interessanti che si evince dalle statistiche del social network è che la competenza più diffusa nei curriculum online di noi conterranei di Dante e Michelangelo è quella, udite udite, del Problem Solver. E io ingenuo che pensavo di essere in un paese di creativi, mai farsi ingannare dai luoghi comuni…

Guarda caso, parlando poco dopo con un’amica che si occupa di selezione, vengo a scoprire che proprio la capacità di risolvere i problemi (che fa molto Sig. Wolf di Pulp Fiction) pare sia una delle competenze maggiormente ricercate dalle aziende italiane in questo periodo, un po’ a tutti i livelli. Mi è sorto quindi il sospetto che si sia sì creativi, ma a crear casini. Ci serve quindi qualcuno che i problemi li risolva, altrimenti non ci resta che diventar tutti guide turistiche e portare i cinesi a vedere le bellezze del Rinascimento, prima che si comprino anche quelle…

Tutto questo parlare di problemi e problem solver mi ha fatto venir voglia di scrivere un post su un modello di problem solving, appunto, che io reputo essere molto efficace, sia esso applicato nella formazione aziendale o nel coaching (sportivo e non). Il modello di cui mi accingo a parlare è fra le altre cose utilizzato, con notevoli risultati, anche in ambito psicologico. E neanche a dirlo il suo creatore è proprio uno psicologo di fama internazionale, e per una volta però si tratta di un Italiano, non del solito Americano.

Lo psicologo in questione si chiama Giorgio Nardone e il modello è quello del Problem Solving Strategico. Il modello è, almeno in linea di massima, piuttosto lineare, come sintetizzato dall’immagine seguente:

Processo del Problem Solving Strategico

In questo modello vi sono alcuni passaggi che sono di particolare interesse e che aiutano a individuare soluzioni creative. Ne darò qui la mia personale interpretazione per come io li ho utilizzati e li utilizzo, interpretazione di cui mi scuso in anticipo con Nardone, dato che potrei aver male interpretato qualche passaggio. Ma tutto sommato se ho ben interpretato o meno poco conta, dato che, come scrive lo stesso Nardone nel suo libro “Problem Solving Strategico da tasca” (Edizioni Ponte Alle Grazie, pag 144):

[…]la verità coincide con l’efficacia […] vale a dire che è vero tutto ciò che funziona nel raggiungere gli obiettivi prefissati.

E per ora, tutto sommato, quando mi sono trovato ad applicare questi principi l’obiettivo è stato raggiunto, il che vuol dire probabilmente che tanto casino non devo averlo fatto!

Tornando al modello, il primo punto che vorrei analizzare è il “come peggiorare?”. « Leggi il seguito di questo articolo »

Lance Armstrong, un esempio di Resilienza.

07/01/2012 § 5 commenti

Ho terminato da poco di leggere  “It’s not about the bike” di Lance Armstrong. Non voglio dare giudizi sull’onestà o meno dell’atleta, dato che da quel che ho letto in vari siti si tratta di un personaggio molto controverso. E in ogni caso si parla di un’autobiografia, quindi il testo è inevitabilmente un po’, se non molto, di parte. Voglio comunque pensare che ciò che ho letto sia vero, e che l’uomo sia in buona fede. Sarà perché alla fine mi piace credere alle favole che finiscono bene e non amo i film dove vincono i cattivi…

Lance Armstrong - immagine Wikipedia

Fatta questa premessa, posso dire con tranquillità di essere rimasto impressionato dal carattere di Armstrong più che dalle sue imprese sportive, seppur impressionanti, che peraltro nel libro sono in secondo piano rispetto alle vicende umane.

Come dice il titolo infatti, il libro non riguarda la bici, o per lo meno non è un libro essenzialmente sul ciclismo. A mio parere questo è un libro sulla resilienza, sulla capacità dell’essere umano di prendere bastonate incredibili e poi rialzarsi, anche più forte di prima. Se non più forte fisicamente, più forte però mentalmente. E ad alti livelli il fisico non basta, è la mente che vince.
Non è un caso che la grande carriera di Lance Armstrong, sette Tour de France vinti oltre al resto, inizi davvero dopo aver sconfitto una delle grandi malattie dell’uomo: il cancro.

Ma cos’è la resilienza? « Leggi il seguito di questo articolo »

Open: La lezione di Agassi e la metafora del tennis

11/08/2011 § 19 commenti

Pochi giorni fa ho terminato di leggere la biografia di Andre Agassi, Open. In gioventù ho giocato a tennis, facendo un po’ di agonismo e arrivando a giocare qualche torneo, con risultati non stupefacenti, devo ammettere. Agassi ricordo che a quei tempi era ad inizi carriera (si parla della fine degli anni ’80) e io non lo amavo particolarmente, il suo look da teppistello non mi affascinava affatto. Ricordo che mi piaceva particolarmente Mats Wilander il quale al confronto sembrava un nobile, forse perché era svedese e non uno “yankee”…

Leggere le parole di Agassi mi ha permesso di rivivere quegli anni e di rianalizzare le mie difficoltà nel tennis e, per certi versi, anche negli altri sport che ho praticato a livello agonistico negli anni seguenti, vela e arti marziali in primo luogo.
Inoltre, come sempre quando si parla di sport professionistico, ho potuto scorgere alcune interessanti analogie con la vita lavorativa e anche qui ho trovato più di uno spunto di notevole interesse.

In ultimo ho modificato la mia opinione su Agassi, leggere le sue parole mi ha fatto riflettere sul senso della ribellione giovanile e su come spesso sia facile giudicare un’altra persona o una situazione basandosi sulla propria percezione e, per usare Korzybski, su come la nostra mappa non sia affatto il territorio ma spesso sia solo una imprecisa, parziale e tendenziosa rappresentazione dello stesso. Ciò non vuol essere un giudizio positivo sulla sua condotta di Agassi, deplorevole in più di una circostanza, ma semplicemente una presa di coscienza del fatto che dietro ogni comportamento ci sono motivazioni spesso non facilmente intuibili. « Leggi il seguito di questo articolo »

Tempo e preparazione, la base di ogni successo.

07/07/2011 § Lascia un commento

Si j’ai écrit une si longue lettre, c’est parce que je n’ai pas eu assez de temps pour l’écrire plus courte.
(Se ho scritto questa lettera così lunga, è stato perché non ho avuto tempo per farla più breve.)

Questa frase viene attribuita sia a Voltaire che a Pascal.

L’affermazione va molto a braccetto con quella di Twain sul discorso improvvisato che, paradossalmente, per essere efficace deve essere ben preparato.

Essere sintetici ed efficaci in comunicazione necessita di tempo e preparazione. Certo, ci sono alcuni che sono più portati di altri. E, come sempre, ci sono doti che la natura distribuisce in modo non equo fra le persone.

Ma se solo in pochi, nel lavoro come nello sport, possono diventare campioni, bravi (anche molto) possiamo diventarlo tutti. Come? Con il tempo e la preparazione, appunto.

Presentiamo la Formazione Esperienziale

25/05/2011 § 2 commenti

Poco tempo fa io e l’amico Lapo Baglini siamo stati ospiti di un’agenzia formativa di Firenze dove abbiamo presentato la metodologia della formazione esperienziale ad un gruppo di responsabili sia delle risorse umane che di altre aree (non umane?).

Questa è la presentazione che ci ha accompagnato nella prima parte della mattinata. La seconda parte della mattinata è stata, ovviamente, molto più esperienziale 🙂

La presentazione ha avuto un buon riscontro (fortunatamente ;-)) e spero che possa aiutare nuove aziende a prendere confidenza con una metodologia troppe volte male utilizzata e spesso fraintesa (“ah… la formazione sperimentale?” mi son ssentito dire poco tempo fa da un responsabile HR…). La condivido qui sperando che possa aiutare altri a conoscerla.

Se avete qualche domanda sulla presentazione (e sulla metodologia), vi invito caldamente a postarla qui sotto. Ma questo, come direbbe un mio vecchio amico, ça va sans dire

Collaborare? Spesso basta parlarne…

15/05/2011 § 6 commenti

Settimana scorsa ero da un cliente, nel suo ufficio c’era appesa questa vignetta. L’ho trovata particolarmente illuminante:

Nella provincia di Pistoia, dove spesso lavoro sia come formatore che come consulente organizzativo, si usa dire “lavora come un ciuco”, cioè come un asino, un somaro. Non è sempre un complimento, dato che il ciuco di per sé non è un animale particolarmente perspicace.
Ma anche qualcuno scarsamente acuto, se dotato di un po’ di buon senso, può far si che le cose vadano molto meglio in azienda, in famiglia o in qualunque altro contesto.
Come?
Semplice, sforzandosi di intendere e di farsi intendere. Comunicando il proprio pensiero, sincerandosi che venga ben compreso e ascoltando il pensiero altrui.

L’immagine è anche una bella metafora per la negoziazione, dove sotto l’intenzione espressa (voglio andare in una direzione), c’è un bisogno  inespresso (ho fame e voglio mangiare quel cespuglio…).
Chiarirsi permette di soddisfare il bisogno nascosto, a volte non ben evidente dalle nostre azioni.

Post correlati:

La Tag Cloud della Formazione Esperienziale

10/05/2011 § 2 commenti


Con un gruppo di amici formatori sto partecipando ad un’esperienza davvero coinvolgente. Stiamo scrivendo un wiki-libro sulla Formazione Esperienziale. Oltre a essere un’occasione di crescita professionale non indifferente (il confronto fra pari è un incredibile acceleratore di apprendimento), è anche un esperimento sociale che merita di essere vissuto: si tratta di un reale tentativo di crowdsourcing, sul modello di Wikipedia. Il wiki è destinato a diventare un libro che sarà, speriamo, un punto di riferimento per i formatori esperienziali della nostra penisola.

Quella che vedete qui sopra è la tag cloud di uno dei capitoli del libro, quello che ho seguito più da vicino.  Promette bene, non vedo l’ora di vedere il risultato finale.

Mi preme sottolineare un concetto a me molto caro: la parte bella, come sempre, è la strada che ci porta in cima alla montagna. Raggiungere la vetta è solo il pretesto per percorrere la via.
Questa strada per ora mi ha portato, fra le altre cose, a vivere due giorni splendidi di confronto e studio nell’Abazia di Praglia. A ritrovarmi assieme all’amico Lapo alle 7.30 di domenica mattina ad ascoltare le Laudi cantate dai Monaci Benedettini in un ispirato canto Gregoriano. A conoscere e, in alcuni casi, a ritrovare delle persone notevoli.
La strada è ancora lunga, sono proprio curioso di vedere dove mi porterà. Nel frattempo, mi godo il viaggio…

3 consigli per i leader tratti da One Minute Manager

21/04/2011 § 3 commenti

Tempo fa ho avuto modo di leggere un libro di cui si sente spesso parlare: “the One Minute Manager” di Kenneth Blanchard.
Devo ammettere che questo piccolo libro mi ha lasciato il segno, cosa che francamente non mi aspettavo (sono sempre un po’ scettico con i testi di grande successo).
Nelle prime pagine del libro si trova una massima che, a posteriori, ho trovato estremamente significativa e che riporto tale e quale:

People Who Feel
Good About
Themselves
Produce
Good Results

In sostanza, se sei felice è molto probabile che tu lavori bene e che, conseguentemente, tu produca buoni risultati. Mi verrebbe da dire che la saggezza si trova nelle cose davvero semplici e, diciamocelo, a volte un po’ scontate. E, credeteci o no, è decisamente così…

L’autore suggerisce, attraverso la classica storia della ricerca di risposte da parte di un giovane manager “cercatore”, tre regole fondamentali che, se ben applicate, hanno forte impatto sulla motivazione dei collaboratori. Regole che, se guardiamo bene, non servono a null’altro che a rendere le persone più felici.

Eccovi le 3 regole:

  1. Stabilire obiettivi che necessitino di  un minuto per essere spiegati (one minute goals)
  2. Lodare in un minuto (one minute praisings)
  3. Fare reprimende che non durino più di un minuto (one minute reprimands)

La persona che adotta questo metodo, assume l’appellativo di “one minute Manager“, ovviamente. Detto così sembra che la chiave di tutto sia la sinteticità, in realtà la questione è un po’ più raffinata. Qui sotto una spiegazione che può essere di aiuto nel comprendere meglio il “sistema”.

One Minute Goals

  • Concordare gli obiettivi con i collaboratori
  • Essere d’esempio nei comportamenti e far capire cosa intendiamo per comportamento corretto
  • Scrivere gli obiettivi in modo che stiano in non più di 250 caratteri (leggi, 250 battute su tastiera)
  • Leggere e rileggere gli obiettivi (ci vuole non più di un minuto) in modo che siano sempre a mente e chiari
  • Valutare di giorno in giorno la propria performance
  • Verificare se il comportamento che abbiamo è funzionale al raggiungimento degli obiettivi. « Leggi il seguito di questo articolo »

Collaborazione, ritmo e comunicazione: un esercizio esperienziale

13/04/2011 § 8 commenti

Un esercizio che spesso utilizzo, molto semplice ma molto metaforico della collaborazione nel team di lavoro, è dato da questo che vedete nel video:

L’esercizio consiste nel passare rapidamente da bastone a bastone, prestando attenzione non solo a ciò che dobbiamo fare noi (andare a prendere il bastone del nostro collega), ma anche a ciò che ci lasciamo dietro (il bastone che lasciamo al nostro collega).
Quindi prestare attenzione sia al nostro carico di lavoro che al carico di lavoro degli altri, al fatto che il nostro operato ha un impatto serio sull’operato altrui.
Prestare attenzione al fatto che un team si “inceppa” quando qualcuno non regge il ritmo e che necessariamente ci si deve adeguare alla velocità del più lento.
Il successo si ha quando si riesce a far crescere tutti, a dare regole chiare che facilitino il lavoro del gruppo. Il successo arriva quando si comunica, dandosi un’organizzazione e prendendo il giusto ritmo.

Niente di meglio per spiegarlo che un manipolo di bastoncini e un gruppo di persone volenterose 🙂

L’Antica Innovazione: le Arti Marziali per aumentare la performance in Azienda

08/03/2011 § Lascia un commento

Segnalo con molto piacere questa presentazione creata da Vincenzo Mariano, Pietro Martoccia e Massimiliano Sinisgalli, studenti della Facoltà di Economia all’Università della Basilicata. La presentazione è stata portata come project work al corso di Gestione dei Progetti tenuto dal professor Giovanni Schiuma, Professore di Innovazione e Knowledge Management all’Università della Basilicata nonché Visiting Professor alla University of Cambridge.

Il lavoro ipotizza un possibile scenario applicativo per le Arti Marziali come strumento per il miglioramento delle performance in Azienda attraverso un progetto della durata di circa 6 mesi.

Questa la presentazione:

Sarebbe bello trovare un’azienda disposta da fare da Tester per l’iniziativa, magari con il coinvolgimento dell’università della Basilicata. Se qualcuno fosse interessato all’idea, mi faccia sapere.

Un ringraziamento da parte mia al gruppo di lavoro che ha preparato la presentazione.

Il sogno di Itaca: perseguite gli obiettivi, ma godetevi il processo

23/01/2011 § 5 commenti

Sempre devi avere in mente Itaca
– raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Questo brano è tratto dalla poesia Itaca del poeta Costantinos Kavafis. Fra le più belle parole che ho letto negli ultimi tempi.

Qualunque sia il vostro lavoro o il vostro percorso di vita, abbiate un sogno. Perseguitelo e nel farlo godetevi il viaggio.
Il vero sogno è quello che permette un viaggio splendido.

Se volete, molto più semplicemente, nel lavoro, nello sport e nella vita di tutti i giorni, individuate il vostro obiettivo, ma non fatevi schiacciare da esso.
Godetevi il processo che vi porterà a raggiungerlo.

Per dovere di cronaca, il testo l’ho trovato leggendo il libro “Scoiattoli e Tacchini” di Gian Paolo Montali, uno fra i Coach di pallavolo di maggior successo degli ultimi decenni, nonché affermato consulente aziendale nell’ambito, ovviamente, delle risorse umane.

Un libro che contiene molte verità sulla motivazione e gestione dei gruppi di lavoro, lo consiglio senza riserve.

Il metodo “Antistronzi”, la quiete interiore e le performance del team

07/01/2011 § 4 commenti

A natale mi è stato regalato il libro Il nuovo metodo antistronzi il quale deve buona parte del suo successo al nome poco ortodosso, come conferma anche l’autore, ma che alla lettura si presenta come un testo approfondito e più serio di quanto appaia di primo acchito.

Nel libro viene individuata una serie di comportamenti caratteristici dello “stronzo” (asshole in inglese, da cui il titolo originale The no asshole rule) fra cui insulti personali, contatto fisico non richiesto, intimidazioni, sarcasmo eccessivo, email distruttive, occhiatacce e altro. L’elenco completo dei comportamenti, definito la sporca dozzina, lo trovate sul blog italiano dedicato “al metodo”.

Oltre ad analizzare svariate tipologie di soprusi professionali ed orrori organizzativi in modo alquanto dissacrante ma mai superficiale, l’autore, Bob Sutton, si sofferma su due punti che reputo particolarmente rilevanti e che riguardano i costi che un sistema economico è costretto a sostenere in presenza di un clima negativo. In particolare:

  • i costi per i singoli in termini di stress personale, ricadute sulla sfera privata, mancanza di autostima fino ad arrivare all’esaurimento;
  • i costi per l’organizzazione in termini di mancata performance, insoddisfazione per i clienti e alto turnover del personale.

Se si prende a riferimento la formula del team sintetizzata da Luigi Mengato, il libro sembra implicitamente avvallare la presenza della lettera “C” all’esponente come elemento potenziante (o depotenziante) delle performance.

"Formula del Team" di Luigi Mengato - Creative Commons Licence

La formula sta a significare che un gruppo, affinché possa evolvere in un team coeso e performante, deve possedere le seguenti caratteristiche: « Leggi il seguito di questo articolo »

il 2010 di “Formazione Marziale”, Mourinho vince anche qui!

03/01/2011 § Lascia un commento

Ho ricevuto questa “analisi statistica di alto livello” da WordPress.com e la ripubblico volentieri. Il rating complessivo attribuito a Formazione Marziale è “WOW” (proprio americano!), il che è per me, non lo nascondo, gratificante:Healthy blog!
The Blog-Health-o-Meter™ reads Wow.

Qualche numero

Jose Mourinho

Questa la riporto direttamente dalla mail: Un Boeing 747-400 può trasportare 416 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 2,800 volte nel 2010. Il che fa circa 7  boing 747 pieni di visitatori…

Il giorno con più visite è stato il 5 novembre, giorno della pubblicazione del post Mourinho sulla gestione dello stress. 55 persone hanno visto il  blog in tale data. Anche qui, nostro malgrado, il calcio la fa da padrone 🙂

Quali sono i siti referenti principali?

Eccoli: linkedin.com, networkedblogs.com, plscoaching.it, nonsolobotte.blogspot.com (grazie Vivi!) e facebook.com.

Le principali attrazioni del 2010

Questi i post e le pagine con più visitatori nel 2010.

1

Mourinho sulla gestione dello stress November 2010
1 comment

2

Chi Sono April 2009

3

Project Management: la metafora della Maratona e quella del Pugno April 2010
4 comments

4

Arti Marziali e gestione dello “spazio” nei rapporti interpersonali January 2010
6 comments

5

Cos’è la Formazione Marziale? May 2009

Un grazie a tutti coloro che mi hanno seguito in quest’anno appena trascorso, con l’augurio che il prossimo sia per tutti speciale.

Walter

Project Management Esperienziale: La disfida dei Marshmallow

27/12/2010 § 4 commenti

Ormai da un po’ di tempo ho inserito fra il mio repertorio di esercizi esperienziali (a volte mi sembra di essere un prestigiatore…) anche la ormai famosa Marshmallow Challenge, resa nota dall’altrettanto famoso video che è apparso su TED e che potete trovare qui:

http://www.ted.com/talks/tom_wujec_build_a_tower.html

Per chi ancora non lo conoscesse, l’esercizio è una piccola prova di project e team management e consiste nel progettare e creare in gruppo (4 persone generalmente) la costruzione più alta partendo da una dotazione di 20 spaghetti, un marshmallow, scotch, spago e forbici. I vincoli principali sono il tempo (18 minuti), l’impossibilità di “appendere” la costruzione a strutture più alte (lampade, appendiabiti…) e il fatto che il marshmallow deve essere posizionato in cima alla costruzione.

Al seguito del successo dell’esercizio è stato creato anche il sito http://marshmallowchallenge.com/, dove, fra le altre cose, trovate spiegate per filo e per segno le istruzioni per l’esecuzione dello stesso e alcune riflessioni da riportare in fase di debriefing, come ad esempio:

  • l’importanza della prototipazione:verificare costantemente sulla nostra struttura quale sia l’impatto dell’installazione del marshmallow in cima ad essa.
  • la verifica degli assunti: “il marshmallow tanto è leggero”… vero, ma gli spaghetti di peso ne reggono davvero poco…
  • l’importanza dell’avere un team dalle competenze diversificate, dove un gruppo di avvocati può far peggio di una squdra composta da bambini delle elementari.
  • la difficoltà di avere alte performance sotto stress, affermazione ancor più vera quando viene messa in palio una certa posta.

Provandolo più volte sul campo (qui sopra trovate alcune delle strutture create), ho avuto modo di annotare qualche altra riflessione, che vi riporto sinteticamente qui sotto:

  • seppur esplicitamente indicato fra i vincoli di progetto, il tempo raramente viene preso in considerazione e debitamente misurato. Quasi nessun gruppo verifica lo scorrere delle lancette e pianifica le attività di conseguenza.
  • i gruppi che eccellono sono quelli che si danno un minimo di organizzazione e dove emerge una figura di leader o, più semplicemente, di coordinatore dei lavori. Affermazione apparentemente banale, ma quanti gruppi di lavoro non appena ricevono un incarico vi si buttano a capofitto fermandosi a riflettere solo all’emergere dei problemi?
  • l’italiano, pur di vincere, infrange qualunque regola o per lo meno tenta di aggirarla o di interpretarla a suo favore...  Ad esempio: le costruzioni non possono essere sospese con tiranti che arrivano da strutture più alte, eppure ho visto persone improvvisarsi  lampadario, pur di far star su la propria struttura fino all’atto della misurazione. Le regole, in buona sostanza, servono per essere aggirate. Questa è più una riflessione di carattere sociologico che altro, ma vale la pena di sottolinearla, dato che, per quanto possa sembrare strano ad alcuni, i progetti sono di successo quando, oltre a rispettare i vincoli di tempo, costo e qualità, raggiungono gli obiettivi nel rispetto delle leggi.

Un buon esercizio, da consigliare.

Lao Tzu, la Bocconi e l’importanza della formazione

02/12/2010 § 1 Commento

La saggezza orientale si incontra con il top della formazione manageriale italiana. E lo fa utilizzando un principio che mi è tanto caro:

“Se a un uomo dai un pesce, lo nutri per un giorno. Se gli insegni a pescare lo nutri per tutta la vita”.

Questa frase, attribuita al filosofo cinese Lao Tzu, si scontra con quanto spesso viene indicato da molti imprenditori: “Il tempo impiegato a formare i collaboratori è tempo perso (non è fatturabile)”.

A questo proposito, consiglio a tutti la lettura dell’ interessante articolo dal titolo “Imprenditori per avere successo ascoltate Lau Tzu” scritto da Thanos Papadimitriou e Brett Martin, rispettivamente SDA professor di produzione e tecnologia e imprenditore, apparso recentemente sul quotidiano della Bocconi “viasarfatti25.it“.

Questa la conclusione dell’articolo, a commento di un business case che consiglio caldamente di leggere: “Anche se si è il migliore in ogni campo, non significa che si debba fare tutto. Gli imprenditori che non riescono a modificare il loro stile manageriale da “esecutore” a “insegnante” non troveranno mai le risorse necessarie a cercare nuove opportunità.”

I due autori dell’articolo di cui sopra, curano anche, insieme ad altri, un blog da seguire http://www.chefsnotbakers.com/ e di cui riporto qui sotto il simpatico header:

Meditare, quando siamo sotto Stress, può aiutarci?

01/12/2010 § 1 Commento

In caso di stress...

La domanda è retorica, almeno dal mio punto di vista. E la risposta è, ovviamente, “SI”!

A tal proposito segnalo l’ articolo “Come meditare in situazioni stressanti” pubblicato sul blog “Formazione Spirituale”.
Per dovere di cronaca, non ci siamo messi d’accordo sul nome 😉

Personalmente trovo sia un blog interessante, dove di tanto in tanto traggo qualche bello spunto. Se passate di lì, dategli un occhio 🙂

Articoli Correlati

L’utilità delle corde alte nell’Outdoor Training

14/11/2010 § Lascia un commento

Segnalo la pubblicazione sul portale www.formazione-esperienziale.it del mio articolo sulle corde alte e il loro utilizzo nella formazione esperienziale outdoor. Lo scritto è stato riveduto e ampliato grazie anche alle osservazioni di alcuni colleghi.

Lo trovate qui:

http://www.formazione-esperienziale.it/catalog/images/corde_alte.pdf

 

Adeguarsi al Cambiamento: Darwin, la crisi e le aziende

12/11/2010 § 2 commenti

Non è la specie più intelligente a sopravvivere e nemmeno quella più forte. E’ quella più predisposta ai cambiamenti.

In questi giorni sto tenendo un corso sulla gestione e motivazione del personale ad un gruppo di piccoli imprenditori del Pistoiese. In aula si respira molto la crisi e c’è parecchio nervosismo.
Le difficoltà sono reali, licenziamenti, cassa integrazione, aziende chiuse…  Questi impenditori vedono il terreno bruciarsi attorno a sé.

Parlare di motivazione e incentivi in questi casi  non è facile.
Un messaggio che tento di far passare è questo: la colpa non è degli altri o per lo meno non è “solo” degli altri. Se le cose non vanno come vorremmo dobbiamo chiederci cosa potremmo fare NOI affinché vadano meglio.

Con altre parole, concentriamoci su ciò che abbiamo e possiamo gestire, non pensiamo a ciò che non abbiamo e che non dipende da noi.

L’aforisma ad inizio articolo è di Darwin, il padre della teoria evolutiva. Mai come in questo periodo le sue parole risuonano attuali per le nostre aziende.

Da Wikipedia riporto questa frase, che mi appare particolarmente significativa:
Un errore concettuale comune può essere il considerare l’evoluzione un processo di “miglioramento” delle specie o di semplice aumento della complessità degli organismi o ancora più semplicemente nella capacità di “uscire vincente” dal processo di selezione naturale. Ciò che in realtà mutazione e selezione producono è adattamento all’habitat e quindi, in tal senso, può comportare anche “perdita” di caratteri e di funzionalità e una semplificazione.

Chi riuscirà a sopravvivere a questa crisi, probabilmente ne uscirà molto più forte di prima.
Anzi, meglio: molto più adatto di prima. Non resta che  rimboccarci le maniche.

Articoli Correlati:

Mourinho sulla gestione dello stress

05/11/2010 § 2 commenti

Quante volte sentiamo ripetere da amici e colleghi: “sono sotto pressione, sono stressato da morire” o frasi analoghe.
Tutti hanno problemi, grandi o piccoli. I problemi, si suol dire, sono relativi.

Forse.

Sulla questione trovo particolarmente illuminante questa frase un po’ spigolosa dell’ex allenatore dell’Inter, Jose Mourinho, uno che di stress sicuramente se ne intende:

Jose Mourinho

Non so cosa sia la pressione nello sport.
Mi spaventa di più un’influenza.
La pressione ce l’ha la povera gente che non riesce a sfamare la sua famiglia.

Come dire, diamo il giusto peso ai problemi e allo stress che questi generano.
Grande Mou.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: