Omaggio a Roberto Baggio

17/02/2013 § 4 commenti

Non sono mai stato un gran tifoso di calcio, ma c’è stata qualche personalità del mondo del pallone che ho ammirato, soprattutto in passato.
Una di queste è Roberto Baggio. Ho sempre avuto estremo rispetto di quest’atleta, della sua modestia, della sua classe e del modo in cui ha affrontato le avversità, sia fisiche che sportive.

La pasta di un uomo, inteso come essere umano indipendentemente dal genere, si vede soprattutto nei momenti di difficoltà. Quando si vince, è facile fare i fenomeni. Ma quando le cose girano storte, quando si fa qualche errore clamoroso o quando ci si fa male per davvero, è da come uno reagisce, da come risorge che si capisce di che pasta è fatto. Per quello mi è sempre piaciuto Baggio.

Ripubblicare qui la sua lettera ai giovani, la lettera che ha letto qualche giorno fa al Festival di S. Remo, vuole essere il mio piccolo omaggio a questo grande atleta. Sono parole semplici, ma dove si leggono sincerità e passione, per questo mi sono piaciute.

La lettera parla di cinque concetti, cinque nominalizzazioni, basilari nella vita. Il concetto a cui sono più legato è quello associato alla parola Sacrificio. Una parola per me fondamentale, che rappresenta forse la vera essenza della vita. Meditare è sacrificio, Allenarsi è sacrificio, Imparare è sacrificio, Lavorare facendo ciò che si Ama è, molto spesso, sacrificio. Riuscire a camminare dopo mesi carrozzina è incredibile. Ed è frutto del sacrificio. Riuscire a correre e rigiocarsela quando (quasi) nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo è impagabile. Ed è frutto del sacrificio. Vincere è frutto del sacrificio, soprattutto perché vince solo chi ha saputo prima perdere molte volte. E ha fatto molti sacrifici.

La storia di Roberto Baggio mi ricorda qualcosa che ho vissuto sulla mia pelle. Anche per questo, ma non solo, pubblico volentieri questa lettera. « Leggi il seguito di questo articolo »

“Il vero leader è colui che non deve chiedere mai.” Siete sicuri?

07/12/2012 § 6 commenti

L’affermazione che ho scritto nel titolo l’ho sentita spesso, in differenti salse, in special modo parlando con i rampolli sulla via di prendere il posto dei padri nelle aziende di famiglia (mi capita di tanto in tanto di averne qualcuno in aula). Non ho mai capito perché, ma dei propri genitori sembra più facile prenderne gli aspetti negativi che gli aspetti positivi…

Ad ogni modo, di “leader”,  o presunti tali, ne ho visti tanti. E’ capitato anche a me più volte di avere ruoli di leadership in team lavorativi o nel mio trascorso di atleta. Beh… ho trovato il  mio pensiero attuale sul tema, pensiero che avrei voluto avere specialmente da ragazzo, splendidamente sintetizzato da questa frase:

“There are a bunch of aggressive, ivy-league-educated, high IQ people working in Bentonville whose careers are going nowhere because they never learned how to connect with other people.”

­­­

per l'uomo che non deve chiedere mai...

L’uomo che non deve chiedere mai!

Parafrasando, senza una buona dose di intelligenza emotiva, non ci sono quoziente intellettivo (QI o IQ per gli anglosassoni) o “bravura” che tengano, se vuoi essere un buon leader.

A proposito, la frase qui sopra è attribuita a Lee Scott, ex CEO di Walmart, catena di supermercati statunitensi particolarmente controversa sia per le sue politiche verso i dipendenti che per quelle ambientali. Detto questo, nel senso che non è tutto oro quel che luccica, Walmart resta la più grande catena di GDO al mondo, e Lee Scott ne è stato l’AD per circa 10 anni. Prendiamone il buono.

Gestione riunioni, mappe mentali e formazione esperienziale. Un mix interessante?

10/10/2012 § 12 commenti

Con alcuni colleghi è un po’ che si parla di utilizzare la metodologia esperienziale anche in ambiti più tecnici, che vadano al di là del classico team building o di corsi sulla collaborazione o comunicazione.

Di recente qualcosa ha iniziato a muoversi. Sono partititi alcuni corsi in ambito sicurezza a base di Formazione Esperienziale (per chi volesse approfondire può contattare le ideatrici Antonella Brogi e Caterina Padulo) e, quasi da non credere, anche un corso Excel (qui il colpevole, mi verrebbe quasi da dire, è Luigi Mengato).

Dal canto mio ho cercato di contribuire lanciando una sfida in un ambito generalmente caratterizzato da testi alquanto tecnici, più degli agglomerati di checklist che altro. L’ambito in questione è quello della gestione delle riunioni.

Non so se io sia il primo a cercare di fare qualcosa di questo tipo o meno, non ho seguito corsi di altri colleghi formatori sullo stesso argomento. Mi sono però immaginato, riportato in aula, uno dei tanti libri che ho avuto modo di leggere (o per lo meno di scorrere) a riguardo e mi è venuto immediatamente il latte alle ginocchia (come si dice dalle mie parti).

L’unico testo che ho sempre reputato degno di attenzione è quello di Patrick Lencioni dal titolo “Death by meeting“. Anche chi non sa l’inglese può intuire il significato del titolo… « Leggi il seguito di questo articolo »

L’NLP Trainer Training di Orlando, una vista laterale – l’uso del linguaggio arricchito in PNL

04/09/2012 § 2 commenti

Dopo la premessa fatta nel mio ultimo post, posso raccontarvi ciò che è accaduto all’NLP Trainer Training di Orlando. O per lo meno ciò che ricordo di aver vissuto che, come voi probabilmente saprete, non è necessariamente simile a ciò che è accaduto realmente. A proposito, lo sapevate che ogni volta che accedete ad un vostro ricordo lo modificate? Pensate di avere dell’argilla morbida e umida in mano, con quell’argilla plasmate una piccola scultura. Dopodiché fate una sfera di quella stessa argilla, e, qualche giorno dopo, cercate di ricreare ciò che avevate plasmato la prima volta. E così via nel tempo. Lentamente la vostra creazione si modificherà, eppure a voi sembrerà, nel bene o nel male, sempre la stessa cosa. Lo stesso accade con i ricordi.

Figura 1 – una piccola scultura d’argilla fatta durante un’attività esperienziale

Di Orlando ho una serie di immagini, di suoni e di sensazioni cinestesiche. L’hotel dove ho dormito, la moquette ruvida anni ’80, la stanza all’ultimo piano vista lago artificiale con annessi pontili finti. La classica stanza anonima da film poliziesco, occupata da agenti FBI in appostamento che spiano dalla finestra col binocolo (chi ha il binocolo? La finestra o gli agenti?…) da dietro delle tende spesse e polverose. L’aria condizionata rumorosa, le luci al neon troppo deboli e la televisione a tubo catodico enorme e con centinaia di canali (mi ci è voluta un’ora per passarli tutti – inutili). « Leggi il seguito di questo articolo »

Alcune considerazioni sulla PNL e Wikipedia dopo l’NLP Trainer Training di Orlando

03/09/2012 § 6 commenti

Sembra ieri, invece è passato un mese da quando sono tornato da Orlando. Il tempo è relativo, non c’è nulla da fare. Ieri un mio amico mi ha chiesto “ma in un’ora di surf, quanto tempo stai veramente sulla tavola?…” Non credo neanche 5 minuti. Forse meno. L’onda media della Versilia se hai fortuna ti tiene in piedi per una decina di secondi. Eppure sembrano un’eternità. Si chiama “distorsione temporale” e non ha nulla a che vedere con i superpoteri di Silver Surfer, è semplicemente un meccanismo mentale che tutti abbiamo provato in qualche occasione della vita…

Figura 1 – Silver Surfer

Semplicemente il tempo che si dilata o passa fulmineo è frutto di una nostra percezione. Quando siamo particolarmente presenti, consapevoli, il tempo si estende particolarmente. 10 secondi sono lunghissimi, se li vivi tutti. Se il concetto di fotogramma fosse applicabile ad un flusso continuo quale è il tempo, potresti raccontare ogni singolo fotogramma di quello che è accaduto. E affianco dei ricordi visivi appaiono anche ricordi di altro tipo: suoni, profumi, sensazioni…. Il ricordo è più reale. Semplicemente, quando riporti la mente a quei momenti, quasi li rivivi.

Ecco, credo che di Orlando potrei quasi ricostruire ogni singolo giorno. Sei sempre presente, sempre allerta. Anche perché ci sono prove in continuazione. Molto istruttivo, ma anche molto stressante (volutamente).

Ma forse non tutti sanno di cosa io stia parlando. Ad Orlando si tiene due volta all’anno il Trainer Training in NLP (Neuro-Linguistic Programmin o PNL – Programmazione Neuro-Linguistica – come viene definita in Italiano) ovvero la formazione formatori in PNL della scuola di Richard Bandler. Quest’anno, nell’ultima decade di luglio, ho avuto la fortuna di parteciparvi. Ma prima di parlarvene, credo sia opportuno fare un paio di premesse. « Leggi il seguito di questo articolo »

Nessun uomo è un’isola

18/05/2012 § 2 commenti

Oggi, quasi per caso, mi sono imbattuto in questa poesia:

Nessun uomo è un’isola,
completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.

La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.

Il testo è stato scritto quasi 400 anni fa dal poeta e religioso inglese John Donne, molti di voi sicuramente lo conosceranno.

Ora, per il mio lavoro mi trovo costantemente a parlare di collaborazione, fiducia e responsabilità condivise.
Leggendo queste parole, ho pensato quasi subito ad un parallelismo con il mondo del lavoro (ormai è un automatismo).

Fortunatamente in azienda la morte è ancora qualcosa che avviene di relativamente di rado (anche se in un mondo civile ed avanzato non dovrebbe proprio avvenire se non per un imprevisto imprevedibile).
Spesso però in azienda regnano l’individualismo, la scarsa collaborazione e l‘idea che la responsabilità di ciò che accade sia sempre di qualcun altro.

Ma la campana suona per noi tutti, l’errore di uno è l’errore di tutti, soprattutto quando tutti gli altri non aiutano chi sbaglia. Mai come ora è il momento di prenderci le nostre responsabilità e rimboccarci le maniche.  Tutti insieme. Perché nessun uomo è un’isola.

“È impossibile cambiare…” Ma ci avete provato?

15/02/2012 § 4 commenti

Questa foto ha a che vedere con la possibilità dell’essere umano di sfidare, e vincere, i propri limiti. Ha a che vedere con la possibilità di cambiare le credenze che un uomo ha a proposito di sé stesso e degli altri.
Quest’uomo con una gamba e un braccio in meno riesce a far cose che molte persone non riuscirebbero a fare neanche con quattro gambe e quattro braccia, solo perché credono di non poterlo fare.
Quest’uomo forse nella sua vita si è sentito per un po’ un invalido. Poi a deciso di smettere di sentirsi tale. Come lui, tanti altri. Cito uno su tutti, l’amico Andrea Devicenzi  (vi invito davvero a vedere il suo sito e a conoscere le sue imprese), al quale devo, fra le altre cose, l’avermi mostrato questa foto.

Per cambiare, per osare, dobbiamo crederci e avere la volontà di farlo.

Penso ai tanti imprenditori o ai loro dipendenti che spesso mi dicono “qui le cose sono sempre state così e mai cambieranno“.
Siete sicuri? Perché se lo siete sicuramente non lo faranno. Poi mi sento dire “sono loro il problema“.  Già, il problema è sempre qualcun altro: il destino avverso, la pioggia, i politici, gli imprenditori (quando parlo ai dipendenti), i dipendenti (quando parlo agli imprenditori)…

Forse anche Gandhi e Martin Luther King lo avranno detto… “destino avverso” o “colpa degli altri che sono cattivi“… Poi cos’hanno fatto? Hanno iniziato a comportarsi diversamente loro in primis, non hanno aspettato che cambiassero gli altri o che il destino diventasse spontaneamente più propizio.
E cambiare le abitudini dell’impero britannico o dei segregazionisti americani, fidatevi, credo sia stato più complesso di quanto potrà mai essere cambiare, in un modo o nell’altro, l’atteggiamento dei vostri colleghi.

E se vi state chiedendo quanto potreste cominciare a cambiare, vi direi di cominciare ora. Prima lo fate prima otterrete dei risultati. Per farvi riflettere, qui sotto trovate il famoso discorso dove Martin Luther King illustra, splendidamente, il suo sogno di cambiamento, sogno che ha perseguito fino all’ultimo. Buon cambiamento anche a voi.

Come lo scalar le montagne aiuta a risolvere i problemi in azienda

15/01/2012 § 6 commenti

Poco tempo fa ho avuto modo di leggere sul blog dell’amico Luigi Mengato un’interessante riflessione sulle keywords più utilizzate nei profili Linkedin. Una delle cose più interessanti che si evince dalle statistiche del social network è che la competenza più diffusa nei curriculum online di noi conterranei di Dante e Michelangelo è quella, udite udite, del Problem Solver. E io ingenuo che pensavo di essere in un paese di creativi, mai farsi ingannare dai luoghi comuni…

Guarda caso, parlando poco dopo con un’amica che si occupa di selezione, vengo a scoprire che proprio la capacità di risolvere i problemi (che fa molto Sig. Wolf di Pulp Fiction) pare sia una delle competenze maggiormente ricercate dalle aziende italiane in questo periodo, un po’ a tutti i livelli. Mi è sorto quindi il sospetto che si sia sì creativi, ma a crear casini. Ci serve quindi qualcuno che i problemi li risolva, altrimenti non ci resta che diventar tutti guide turistiche e portare i cinesi a vedere le bellezze del Rinascimento, prima che si comprino anche quelle…

Tutto questo parlare di problemi e problem solver mi ha fatto venir voglia di scrivere un post su un modello di problem solving, appunto, che io reputo essere molto efficace, sia esso applicato nella formazione aziendale o nel coaching (sportivo e non). Il modello di cui mi accingo a parlare è fra le altre cose utilizzato, con notevoli risultati, anche in ambito psicologico. E neanche a dirlo il suo creatore è proprio uno psicologo di fama internazionale, e per una volta però si tratta di un Italiano, non del solito Americano.

Lo psicologo in questione si chiama Giorgio Nardone e il modello è quello del Problem Solving Strategico. Il modello è, almeno in linea di massima, piuttosto lineare, come sintetizzato dall’immagine seguente:

Processo del Problem Solving Strategico

In questo modello vi sono alcuni passaggi che sono di particolare interesse e che aiutano a individuare soluzioni creative. Ne darò qui la mia personale interpretazione per come io li ho utilizzati e li utilizzo, interpretazione di cui mi scuso in anticipo con Nardone, dato che potrei aver male interpretato qualche passaggio. Ma tutto sommato se ho ben interpretato o meno poco conta, dato che, come scrive lo stesso Nardone nel suo libro “Problem Solving Strategico da tasca” (Edizioni Ponte Alle Grazie, pag 144):

[…]la verità coincide con l’efficacia […] vale a dire che è vero tutto ciò che funziona nel raggiungere gli obiettivi prefissati.

E per ora, tutto sommato, quando mi sono trovato ad applicare questi principi l’obiettivo è stato raggiunto, il che vuol dire probabilmente che tanto casino non devo averlo fatto!

Tornando al modello, il primo punto che vorrei analizzare è il “come peggiorare?”. « Leggi il seguito di questo articolo »

Tempo e preparazione, la base di ogni successo.

07/07/2011 § Lascia un commento

Si j’ai écrit une si longue lettre, c’est parce que je n’ai pas eu assez de temps pour l’écrire plus courte.
(Se ho scritto questa lettera così lunga, è stato perché non ho avuto tempo per farla più breve.)

Questa frase viene attribuita sia a Voltaire che a Pascal.

L’affermazione va molto a braccetto con quella di Twain sul discorso improvvisato che, paradossalmente, per essere efficace deve essere ben preparato.

Essere sintetici ed efficaci in comunicazione necessita di tempo e preparazione. Certo, ci sono alcuni che sono più portati di altri. E, come sempre, ci sono doti che la natura distribuisce in modo non equo fra le persone.

Ma se solo in pochi, nel lavoro come nello sport, possono diventare campioni, bravi (anche molto) possiamo diventarlo tutti. Come? Con il tempo e la preparazione, appunto.

Collaborare? Spesso basta parlarne…

15/05/2011 § 6 commenti

Settimana scorsa ero da un cliente, nel suo ufficio c’era appesa questa vignetta. L’ho trovata particolarmente illuminante:

Nella provincia di Pistoia, dove spesso lavoro sia come formatore che come consulente organizzativo, si usa dire “lavora come un ciuco”, cioè come un asino, un somaro. Non è sempre un complimento, dato che il ciuco di per sé non è un animale particolarmente perspicace.
Ma anche qualcuno scarsamente acuto, se dotato di un po’ di buon senso, può far si che le cose vadano molto meglio in azienda, in famiglia o in qualunque altro contesto.
Come?
Semplice, sforzandosi di intendere e di farsi intendere. Comunicando il proprio pensiero, sincerandosi che venga ben compreso e ascoltando il pensiero altrui.

L’immagine è anche una bella metafora per la negoziazione, dove sotto l’intenzione espressa (voglio andare in una direzione), c’è un bisogno  inespresso (ho fame e voglio mangiare quel cespuglio…).
Chiarirsi permette di soddisfare il bisogno nascosto, a volte non ben evidente dalle nostre azioni.

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La Tag Cloud della Formazione Esperienziale

10/05/2011 § 2 commenti


Con un gruppo di amici formatori sto partecipando ad un’esperienza davvero coinvolgente. Stiamo scrivendo un wiki-libro sulla Formazione Esperienziale. Oltre a essere un’occasione di crescita professionale non indifferente (il confronto fra pari è un incredibile acceleratore di apprendimento), è anche un esperimento sociale che merita di essere vissuto: si tratta di un reale tentativo di crowdsourcing, sul modello di Wikipedia. Il wiki è destinato a diventare un libro che sarà, speriamo, un punto di riferimento per i formatori esperienziali della nostra penisola.

Quella che vedete qui sopra è la tag cloud di uno dei capitoli del libro, quello che ho seguito più da vicino.  Promette bene, non vedo l’ora di vedere il risultato finale.

Mi preme sottolineare un concetto a me molto caro: la parte bella, come sempre, è la strada che ci porta in cima alla montagna. Raggiungere la vetta è solo il pretesto per percorrere la via.
Questa strada per ora mi ha portato, fra le altre cose, a vivere due giorni splendidi di confronto e studio nell’Abazia di Praglia. A ritrovarmi assieme all’amico Lapo alle 7.30 di domenica mattina ad ascoltare le Laudi cantate dai Monaci Benedettini in un ispirato canto Gregoriano. A conoscere e, in alcuni casi, a ritrovare delle persone notevoli.
La strada è ancora lunga, sono proprio curioso di vedere dove mi porterà. Nel frattempo, mi godo il viaggio…

Il sogno di Itaca: perseguite gli obiettivi, ma godetevi il processo

23/01/2011 § 5 commenti

Sempre devi avere in mente Itaca
– raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Questo brano è tratto dalla poesia Itaca del poeta Costantinos Kavafis. Fra le più belle parole che ho letto negli ultimi tempi.

Qualunque sia il vostro lavoro o il vostro percorso di vita, abbiate un sogno. Perseguitelo e nel farlo godetevi il viaggio.
Il vero sogno è quello che permette un viaggio splendido.

Se volete, molto più semplicemente, nel lavoro, nello sport e nella vita di tutti i giorni, individuate il vostro obiettivo, ma non fatevi schiacciare da esso.
Godetevi il processo che vi porterà a raggiungerlo.

Per dovere di cronaca, il testo l’ho trovato leggendo il libro “Scoiattoli e Tacchini” di Gian Paolo Montali, uno fra i Coach di pallavolo di maggior successo degli ultimi decenni, nonché affermato consulente aziendale nell’ambito, ovviamente, delle risorse umane.

Un libro che contiene molte verità sulla motivazione e gestione dei gruppi di lavoro, lo consiglio senza riserve.

Lao Tzu, la Bocconi e l’importanza della formazione

02/12/2010 § 1 Commento

La saggezza orientale si incontra con il top della formazione manageriale italiana. E lo fa utilizzando un principio che mi è tanto caro:

“Se a un uomo dai un pesce, lo nutri per un giorno. Se gli insegni a pescare lo nutri per tutta la vita”.

Questa frase, attribuita al filosofo cinese Lao Tzu, si scontra con quanto spesso viene indicato da molti imprenditori: “Il tempo impiegato a formare i collaboratori è tempo perso (non è fatturabile)”.

A questo proposito, consiglio a tutti la lettura dell’ interessante articolo dal titolo “Imprenditori per avere successo ascoltate Lau Tzu” scritto da Thanos Papadimitriou e Brett Martin, rispettivamente SDA professor di produzione e tecnologia e imprenditore, apparso recentemente sul quotidiano della Bocconi “viasarfatti25.it“.

Questa la conclusione dell’articolo, a commento di un business case che consiglio caldamente di leggere: “Anche se si è il migliore in ogni campo, non significa che si debba fare tutto. Gli imprenditori che non riescono a modificare il loro stile manageriale da “esecutore” a “insegnante” non troveranno mai le risorse necessarie a cercare nuove opportunità.”

I due autori dell’articolo di cui sopra, curano anche, insieme ad altri, un blog da seguire http://www.chefsnotbakers.com/ e di cui riporto qui sotto il simpatico header:

Adeguarsi al Cambiamento: Darwin, la crisi e le aziende

12/11/2010 § 2 commenti

Non è la specie più intelligente a sopravvivere e nemmeno quella più forte. E’ quella più predisposta ai cambiamenti.

In questi giorni sto tenendo un corso sulla gestione e motivazione del personale ad un gruppo di piccoli imprenditori del Pistoiese. In aula si respira molto la crisi e c’è parecchio nervosismo.
Le difficoltà sono reali, licenziamenti, cassa integrazione, aziende chiuse…  Questi impenditori vedono il terreno bruciarsi attorno a sé.

Parlare di motivazione e incentivi in questi casi  non è facile.
Un messaggio che tento di far passare è questo: la colpa non è degli altri o per lo meno non è “solo” degli altri. Se le cose non vanno come vorremmo dobbiamo chiederci cosa potremmo fare NOI affinché vadano meglio.

Con altre parole, concentriamoci su ciò che abbiamo e possiamo gestire, non pensiamo a ciò che non abbiamo e che non dipende da noi.

L’aforisma ad inizio articolo è di Darwin, il padre della teoria evolutiva. Mai come in questo periodo le sue parole risuonano attuali per le nostre aziende.

Da Wikipedia riporto questa frase, che mi appare particolarmente significativa:
Un errore concettuale comune può essere il considerare l’evoluzione un processo di “miglioramento” delle specie o di semplice aumento della complessità degli organismi o ancora più semplicemente nella capacità di “uscire vincente” dal processo di selezione naturale. Ciò che in realtà mutazione e selezione producono è adattamento all’habitat e quindi, in tal senso, può comportare anche “perdita” di caratteri e di funzionalità e una semplificazione.

Chi riuscirà a sopravvivere a questa crisi, probabilmente ne uscirà molto più forte di prima.
Anzi, meglio: molto più adatto di prima. Non resta che  rimboccarci le maniche.

Articoli Correlati:

Una vignetta illuminante sul Project Management

04/11/2010 § Lascia un commento

Qualunque mio commento all’immagine è superfluo 🙂

un progetto ben gestito

Se leggete male, cliccate sull’immagine per ingrandire!!

C:\Users\walter\Pictures\project management.jpg

Il ponte di Leonardo e il project management esperienziale

25/10/2010 § 2 commenti

La creazione del ponte di Leonardo da Vinci è uno splendido esercizio esperienziale sul project management dove la fanno da padroni:

  • gestione del tempo e delle risorse
  • importanza della prototipazione e del ciclo di deming nella gestione di un progetto
  • preparazione  e gestione del team
  • comunicazione e feedback con gli stakeholders

caldamente consigliato 🙂

Dal prototipo:

Ponte di Leonardo - prototipo

all’analisi delle criticità e delle aree di miglioramento: « Leggi il seguito di questo articolo »

Sulla Motivazione: Napoleone, Maslow e la condivisione degli obiettivi

12/10/2010 § Lascia un commento

Napoleone

Gli uomini non rischiano le loro vite per la Patria, lo fanno per le medaglie

La frase, come è facile intuire data l’immagine qui a fianco, è di Napoleone. Pur senza averla mai vista (anche perché fu concepita verso la metà degli anni quaranta), egli aveva ben chiara nella sua mente la Piramide di Maslow.

La “medaglia” è una metafora perfetta sia del bisogno di stima che di quello di autorealizzazione.

Il che ci deve far riflettere sugli incentivi in azienda e sui reali trigger della motivazione.
Come dire, a volte un aumento di stipendio non è il  modo più funzionale, oltre che economico, a disposizione dell’azienda per spingere le persone a lavorare meglio.

Altra nota, la “Patria” è un po’ come l'”Azienda“, cioè un’astrazione.
Difficile motivare qualcuno a lavorare per il “bene dell’azienda” come è sempre stato difficile far combattere insieme gli italiani per il “bene della patria”, come ci insegna il nostro risorgimento.

Le persone si muovono più facilmente per i propri interessi personali che per difendere i propri ideali.
Il meglio lo si ottiene quando si riescono a far collimare gli interessi dell’azienda (la Patria) con gli interessi dei dipendenti (gli Italiani).

In sintesi,  per motivare le persone a dare il massimo è necessario e fondamentale che gli obiettivi vengano condivisi, se possibile, a tutti i livelli.

Visualizzazioni e Performance – Parte prima

09/07/2010 § 5 commenti

Le visualizzazioni sono parte integrante del mondo delle arti marziali. Ricordo sempre il mio maestro mentre diceva due frasi in particolare “quando respirate visualizzate l’aria che entra dalla bocca e scende fino ai polmoni per poi risalire” e poi “ripetete mentalmente le tecniche che avete provato oggi. Vedetevi mentre le eseguite al meglio, come vorreste che venissero, sentite il movimento”.

Quanto sono nitide le nostre visualizzazioni?

A volte, al posto dell’aria, si parlava di energia che non andava quindi nei polmoni ma scendeva fino al Dan tian. Ma la sostanza, se vogliamo, era la stessa. L’importante per noi era rilassarci e liberare la mente, le visualizzazioni erano solo il mezzo per ottenere tutto ciò. Obiettivi più alti erano decisamente al di fuori della nostra portata, dato il nostro livello.
La prima frase era ricorrente nella fase iniziale dell’allenamento, prima del saluto, dove ci si rilassava, chi nella posizione del loto chi semplicemente in ginocchio. La seconda frase era caratteristica del rilassamento prima del saluto finale, un modo per fissare meglio nella mente i movimenti e le sensazioni provate durante l’allenamento.
Ricordo che agli inizi non capivo, il più delle volte la mente vagava liberamente nel suo chiacchiericcio e difficilmente riuscivo effettivamente a visualizzare quello che veniva indicato dal maestro.
Poi lentamente il messaggio cominciò a filtrare e, di conseguenza, iniziai a farmi condurre in quella che non era altro che meditazione guidata che induceva una leggera trance ipnotica. « Leggi il seguito di questo articolo »

Maestri e Leader

30/06/2010 § 1 Commento

Testa di Socrate, museo del Louvre - fonte Wikipedia

L’insegnante mediocre racconta.
Il bravo insegnante spiega.
L’insegnante eccellente dimostra.
Il maestro ispira.

Questo ovviamente non lo dico io, lo diceva Socrate 🙂
Il maestro oltre ad insegnare racchiude in sé due caratteristiche fondamentali della leadership: l’essere d’esempio e l’essere d’ispirazione. Io sono fortunato, nella mia vita ho conosciuto qualche maestro e ognuno di questi, in un modo o nell’altro, era un leader naturale.

Probabilmente è vero anche il contrario, i leader veri sono anche dei maestri in un modo o nell’altro.
Pensate a qualche nome della storia recente, sono sicuro che vi verrà in mente più di un grande leader che sia stato anche un maestro di vita.

Uno su tutti, Gandhi: You must be the change you wish to see in the world. Leader e Maestro allo stesso tempo.

crisi = rischio + opportunità. Sarà vero?

25/05/2010 § 4 commenti

E’ tanto che questa equazione mi frulla (come dicono qui a Firenze) nella testa. La mente rimbalza velocemente all’ormai famoso ideogramma cinese wēijī dove wēi sta per “rischio, crisi, pericolo…” e per “opportunità, possibilità“…

ideogramma wēijī

investigando un minimo ho scoperto  che questo tropo, tanto caro a JFK, alla fine poi non è proprio così come ce lo hanno venduto, ma è un’interpretazione un po’ di comodo. infatti pare possa stare anche per “macchina, aeroplano, meccanico, segreto, perno, astuto, punto cruciale” dove l’ultima (punto cruciale) è forse la traduzione più appropriata.

Ad ogni buon conto, devo ammettere che ho sempre trovato l’ interpretazione unanimemente utilizzata da politici e businessmen estremamente ispirante, corretta o meno che sia per i linguisti.

Magari una crisi non sarà sempre positiva, ma senza crisi è facile sedersi sugli allori. La crisi è quello stato transitorio di difficoltà (per dirla col Garzanti) che ci permette (o ci impone) di muoverci dallo stato in cui siamo e di ricercare il nostro vero equilibrio. Ci permette di uscire dalla zona di comfort, spesso più subìta che realmente ricercata.

A questo può servire l’allenamento con le arti marziali. A metterci in crisi in un ambiente controllato, a farci uscire dalla nostra zona di comfort. Ad abituarci a controllare lo stress generato e a girarlo a nostro favore, tramutandolo da distress in eustress. A gestire quindi il rischio per tramutarlo in opportunità.

Mi rendo conto che, dati i tempi che corrono, invocare la crisi non sia propriamente geniale, ma non riesco a farne a meno. Per quanto mi riguarda, solo sotto stress (eustress?) riesco a dare il meglio e a trovare forti motivazioni. Non so voi.

post correlati: La legge dell’equilibrio Yin-Yang e la performance aziendale.

dovwēijī

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