L’uso della Timeline nella Formazione Esperienziale

06/10/2014 § 7 commenti

La “linea del tempo”, più conosciuta come Timeline, è uno strumento che ha trovato la sua prima applicazione nella rappresentazione grafica di eventi storici. Modelli più complessi di Timeline possono essere considerati i diagrammi di GANTT (detti anche, in taluni settori, cronoprogrammi) usati nel Project Management.

In anni recenti si è visto il suo utilizzo svilupparsi anche in altri settori, in particolare in quello del Coaching in tutte le sue declinazioni (life, business, sport…). Ultimamente le contaminazioni si sono fatte sentire anche nella formazione esperienziale. Molti colleghi, compreso il sottoscritto, hanno iniziato ad utilizzare fortemente il concetto di Timeline nei debriefing di attività legate alla formazione esperienziale.

Ma innanzitutto cos’è una Timeline? Wikipedia, nella sua versione inglese (in Italiano la pagina non è presente e la voce “cronologia” non la contempla) riporta la seguente definizione “la Timeline è un modo di visualizzare una lista di eventi in ordine cronologico […]. È tipicamente un disegno grafico che mostra una barra etichettata con date ed eventi posizionati sulla Timeline in corrispondenza del momento in cui sono accaduti.”

Questa, tanto per capirsi, è la Timeline della vita di Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti.

Nel Coaching invece la Timeline può essere utilizzata, ad esempio, per chiarire al coachee il percorso da svolgere per raggiungere un obiettivo futuro. La Timeline, disegnata a terra attraverso l’ausilio di fogli di carta (o post-it) che rappresentano i punti focali del percorso, unita ad alcune tecniche di visualizzazione guidata, permette al coachee di “vivere” sia il momento del raggiungimento dell’obiettivo che il percorso per arrivare ad esso. Il risultato che si ottiene in questo caso è di far vivere in anticipo le emozioni derivanti dal successo (elemento motivazionale) e aiutare la mente del coachee a rendere possibile tale successo (elemento operativo).

Ma come si utilizza invece la Timeline nella formazione esperienziale? E che tipi di Timeline si possono utilizzare?

Nella formazione esperienziale il focus è posto solitamente su un’esperienza recente, in genere un’attività di breve durata, le cosiddette small techniques (qui qualche foto), oppure qualcosa di più strutturato che può durare un giorno, come un Orienteering (qui qualche foto), o anche più giorni, come un viaggio in barca. La Timeline serve per ripercorrere quanto vissuto in modo da riviverlo nei dettagli e fare le osservazioni necessarie per poi trarne degli apprendimenti. Per riprendere il famoso, almeno per i formatori, ciclo di Kolb siamo nella fase dell’Osservazione Riflessiva che segue l’Esperienza Concreta.

La Timeline in questo caso si può focalizzare, ad esempio, su questi due aspetti

  • Gli eventi significativi (per il gruppo o per il singolo)
  • Le emozioni provate (sia a livello di gruppo che a livello di singolo).

A seconda dell’ambiente fisico in cui ci si trova a fare il debriefing dell’attività, si possono utilizzare fogli a terra, corde o fogli di lavagna a fogli mobili o di plotter (per chi li ha!) sui muri o altra superficie verticale.

Questa foto ad esempio riporta tre Timeline parallele di tre gruppi che svolgevano il medesimo esercizio ma che hanno vissuto l’esperienza in modo radicalmente diverso. La corda a terra viene utilizzata come “grafico” delle emozioni del gruppo. È necessario immaginarsi a terra una linea “0” che faccia da ascissa alla corda, la quale si può posizionare o sopra o sotto allo zero. Se la corda sta sotto lo zero immaginario allora l’emozione – o sensazione – provata dal gruppo è negativa, viceversa se la corda è sopra lo zero. I post-it a terra rappresentano gli eventi significativi. In queste Timeline non sono riportate ad esempio le emozioni provate individualmente dai complessivamente membri del gruppo mentre i post-it a terra rappresentano gli eventi significativi individuati dai partecipanti.

Se volessimo aggiungere le emozioni individuali sarebbe sufficiente rifornire di post-it i partecipanti e chiedere loro di incollare i post-it a terra in relazione di eventi significativi. La posizione del post-it rispetto all’asse (sopra o sotto) e la distanza dall’asse rappresentano il tipo e l’intensità dell’emozione. Questa che segue ad esempio è una timeline riportante solo le emozioni degli individui e non del gruppo nel suo complesso. Su ogni post-it è indicato l’evento e le iniziali della persona che lo chiama in causa, i post-it sulla DX sono emozioni negative quelli sulla SX sono positive. La distanza dalla corda indica l’intensità dell’emozione.

Questa invece è una Timeline a “muro” creata con fogli di lavagna a fogli mobili (grazie a Luigi Mengato per aver condiviso la metodologia), in questo caso i partecipanti scrivono nell’asse centrale gli eventi significativi e poi tutte le persone indicano le loro emozioni scrivendo le proprie iniziali sopra o sotto l’evento scelto (per indicare emozione positiva o negativa a riguardo) e collegando poi le proprie iniziali all’evento con una linea.
In tutti questi casi le emozioni non vengono scritte ma eventualmente rivelate a voce, l’obiettivo come sempre è tutelare la persone da un lato ma far emergere il vissuto dall’altro (sempre in relazione all’attività fatta, non al passato personale).

Come già detto, queste Timeline servono principalmente nella fase dell’Osservazione Riflessiva, cioè il momento in cui si rivede quanto fatto e ciò che ha funzionato e non funzionato. Dopo questa fase è necessario uscire di metafora, qualunque sia quella utilizzata, e passare alle generalizzazioni (la fase della concettualizzazione astratta) in modo da individuare quegli apprendimenti da riportare poi nella sperimentazione attiva.

Le tipologie qui proposte sono solo degli esempi, come sempre in questi casi l’unico limite è la nostra immaginazione. Quindi non vi resta che sperimentare e magari di condividere!

 

Debriefing, domande chiuse e Metamodello della PNL nella Formazione Esperienziale

11/01/2013 § 4 commenti

Una delle buone pratiche della formazione esperienziale, per lo meno per la mia esperienza e per quanto ho condiviso in questi anni con diversi colleghi, è quella di fare domande aperte. Le domande chiuse, quelle la cui risposta è  o no per intendersi, sono relegate in secondo piano, anche perché non favoriscono l’emergere delle opinioni dei partecipanti ma lasciano solo lo spazio a risposte puntuali. Sì o no, appunto.

Figura 1 – una fase del debriefing di un’attività

Vi sono però alcune domande che vale la pena di porre anche in modo chiuso, purché si adotti un sistema di risposta adeguato che permetta delle riflessioni che vadano al di là della risposta del singolo individuo, sistema che permetta in seguito di scavare agevolmente dietro il sì o no. La prima cosa è che la domanda chiusa, in effetti, non viene posta al singolo partecipante ma a tutto il gruppo, facendo si che il gruppo, inoltre, risponda tutto nello stesso momento. Un po’ come l’alzata di mano, mettiamola così (“chi è d’accordo alzi la mano…”).

L’alzata di mano, in realtà, espone “il giusto”, come dicono qui a Firenze. Nel senso che c’è chi la mano la alza ben visibile, chi appena appena, chi ha la mano monca… Ci sono sistemi più funzionali dell’alzata di mano e che permettono riflessioni più interessanti quando si sta facendo il debriefing di un’attività.
Chiaramente anche le domande devono essere ben poste per far nascere delle risposte, e degli scenari di discussione, che siano utili per la crescita del gruppo. E questo è il secondo punto.

In particolare, ci sono tre domande chiave. E le trovate qui di seguito: « Leggi il seguito di questo articolo »

L’NLP Trainer Training di Orlando, una vista laterale – l’uso del linguaggio arricchito in PNL

04/09/2012 § 2 commenti

Dopo la premessa fatta nel mio ultimo post, posso raccontarvi ciò che è accaduto all’NLP Trainer Training di Orlando. O per lo meno ciò che ricordo di aver vissuto che, come voi probabilmente saprete, non è necessariamente simile a ciò che è accaduto realmente. A proposito, lo sapevate che ogni volta che accedete ad un vostro ricordo lo modificate? Pensate di avere dell’argilla morbida e umida in mano, con quell’argilla plasmate una piccola scultura. Dopodiché fate una sfera di quella stessa argilla, e, qualche giorno dopo, cercate di ricreare ciò che avevate plasmato la prima volta. E così via nel tempo. Lentamente la vostra creazione si modificherà, eppure a voi sembrerà, nel bene o nel male, sempre la stessa cosa. Lo stesso accade con i ricordi.

Figura 1 – una piccola scultura d’argilla fatta durante un’attività esperienziale

Di Orlando ho una serie di immagini, di suoni e di sensazioni cinestesiche. L’hotel dove ho dormito, la moquette ruvida anni ’80, la stanza all’ultimo piano vista lago artificiale con annessi pontili finti. La classica stanza anonima da film poliziesco, occupata da agenti FBI in appostamento che spiano dalla finestra col binocolo (chi ha il binocolo? La finestra o gli agenti?…) da dietro delle tende spesse e polverose. L’aria condizionata rumorosa, le luci al neon troppo deboli e la televisione a tubo catodico enorme e con centinaia di canali (mi ci è voluta un’ora per passarli tutti – inutili). « Leggi il seguito di questo articolo »

3P Model – Un modello per il Debriefing nella Formazione Esperienziale

30/08/2012 § 4 commenti

Come molti di voi probabilmente già sapranno, una delle chiavi di un intervento formativo di successo, svolto attraverso una attività di formazione esperienziale, è il debriefing.

Per chi di voi invece è a digiuno dell’argomento, vale la pena di spendere due parole su questo concetto. Il nome debriefing è di matrice militare e, come viene efficaciemente spiegato in Wikipedia nella pagina dedicata all’argomento, veniva usato per ricevere informazioni da un pilota o da un soldato dopo una missione […]. Un altro scopo del debriefing militare era di valutare l’individuo prima di reinserirlo nei suoi ranghi originari dopo la missione.

Figura 1 – 3P Model

Nell’Experiential Learning (apprendimento esperienziale), sempre citando liberamente Wikipedia, il debriefing è “un processo semi-strutturato attraverso il quale il facilitatore, al termine di una certa attività, effettua una serie di domande progressive, con un’adeguata sequenza che lasci i partecipanti riflettere su quanto accaduto, dando importanti spunti di riflessione con lo scopo di proiettare l’esperienza nel futuro, collegando quanto fatto con le azioni da compiere in futuro. (traduzione e adattamento miei). « Leggi il seguito di questo articolo »

La vela e l’arte della crescita aziendale sostenibile

11/02/2012 § 2 commenti

Dall’età di 8 anni fino a quando ne avevo 23 ho praticato agonismo in deriva, in barca a vela. Optimist, 420 e 470, una classica trafila. Nell’immaginario collettivo italiano, quando si pensa alla vela, generalmente si pensa alla Coppa America o ai barconi della Volvo Ocean Race. La vela è anche altro. Soprattutto, direi, è altro. Si tratta ovviamente di un’opinione personale, ma posso assicurare che è ben condivisa da tutti coloro che, come me, sono cresciuti in deriva e poi, per un motivo o per l’altro, sono passati ai “barconi” (come generalmente il derivista chiama tutto ciò che galleggia, ha una vela e che deriva non è…).

470 al lasco - da Wikipedia

Le derive, per chi non ne avesse familiarità, sono quelle piccole barche a vela dove si va da soli o in due (qualche volta anche in 3 o più), molto leggere e carrellabili e che tendono a rovesciarsi con facilità. Fortunatamente, in genere, con altrettanta facilità o quasi si raddrizzano (generalmente non affondano). Alcune di queste vengono anche chiamate, anche per questa peculiarità, derive acrobatiche. Per intendersi, a differenza dei barconi, sulle derive non si può andare in giro con tagliere di salame e prosecco in pozzetto, ma, se va bene, si va avanti a Enervit (chi si ricorda il mitico Enervitene??) e si fa una fatica bestia, senza contare il freddo polare che si patisce nei mesi invernali.

La vela, la deriva, è uno sport di fatica, costanza e resilienza (vedi il mio articolo a riguardo) in più è tremendamente tecnico, il che, almeno per me, ne aumenta notevolmente il fascino. Nella vela c’è tutto, la mente, il fisico, il rapporto con gli altri, la tecnica, il mezzo “meccanico”, regole complesse, gli elementi della natura. Di conseguenza il derivista deve avere una mente e un fisico preparati, saper far parte di un team, conoscere e saper regolare e riparare il proprio mezzo, essere un po’ giurista, conoscere e saper trarre il meglio dalle condizioni meteo e dal campo di regata. « Leggi il seguito di questo articolo »

Come lo scalar le montagne aiuta a risolvere i problemi in azienda

15/01/2012 § 6 commenti

Poco tempo fa ho avuto modo di leggere sul blog dell’amico Luigi Mengato un’interessante riflessione sulle keywords più utilizzate nei profili Linkedin. Una delle cose più interessanti che si evince dalle statistiche del social network è che la competenza più diffusa nei curriculum online di noi conterranei di Dante e Michelangelo è quella, udite udite, del Problem Solver. E io ingenuo che pensavo di essere in un paese di creativi, mai farsi ingannare dai luoghi comuni…

Guarda caso, parlando poco dopo con un’amica che si occupa di selezione, vengo a scoprire che proprio la capacità di risolvere i problemi (che fa molto Sig. Wolf di Pulp Fiction) pare sia una delle competenze maggiormente ricercate dalle aziende italiane in questo periodo, un po’ a tutti i livelli. Mi è sorto quindi il sospetto che si sia sì creativi, ma a crear casini. Ci serve quindi qualcuno che i problemi li risolva, altrimenti non ci resta che diventar tutti guide turistiche e portare i cinesi a vedere le bellezze del Rinascimento, prima che si comprino anche quelle…

Tutto questo parlare di problemi e problem solver mi ha fatto venir voglia di scrivere un post su un modello di problem solving, appunto, che io reputo essere molto efficace, sia esso applicato nella formazione aziendale o nel coaching (sportivo e non). Il modello di cui mi accingo a parlare è fra le altre cose utilizzato, con notevoli risultati, anche in ambito psicologico. E neanche a dirlo il suo creatore è proprio uno psicologo di fama internazionale, e per una volta però si tratta di un Italiano, non del solito Americano.

Lo psicologo in questione si chiama Giorgio Nardone e il modello è quello del Problem Solving Strategico. Il modello è, almeno in linea di massima, piuttosto lineare, come sintetizzato dall’immagine seguente:

Processo del Problem Solving Strategico

In questo modello vi sono alcuni passaggi che sono di particolare interesse e che aiutano a individuare soluzioni creative. Ne darò qui la mia personale interpretazione per come io li ho utilizzati e li utilizzo, interpretazione di cui mi scuso in anticipo con Nardone, dato che potrei aver male interpretato qualche passaggio. Ma tutto sommato se ho ben interpretato o meno poco conta, dato che, come scrive lo stesso Nardone nel suo libro “Problem Solving Strategico da tasca” (Edizioni Ponte Alle Grazie, pag 144):

[…]la verità coincide con l’efficacia […] vale a dire che è vero tutto ciò che funziona nel raggiungere gli obiettivi prefissati.

E per ora, tutto sommato, quando mi sono trovato ad applicare questi principi l’obiettivo è stato raggiunto, il che vuol dire probabilmente che tanto casino non devo averlo fatto!

Tornando al modello, il primo punto che vorrei analizzare è il “come peggiorare?”. « Leggi il seguito di questo articolo »

Open: La lezione di Agassi e la metafora del tennis

11/08/2011 § 19 commenti

Pochi giorni fa ho terminato di leggere la biografia di Andre Agassi, Open. In gioventù ho giocato a tennis, facendo un po’ di agonismo e arrivando a giocare qualche torneo, con risultati non stupefacenti, devo ammettere. Agassi ricordo che a quei tempi era ad inizi carriera (si parla della fine degli anni ’80) e io non lo amavo particolarmente, il suo look da teppistello non mi affascinava affatto. Ricordo che mi piaceva particolarmente Mats Wilander il quale al confronto sembrava un nobile, forse perché era svedese e non uno “yankee”…

Leggere le parole di Agassi mi ha permesso di rivivere quegli anni e di rianalizzare le mie difficoltà nel tennis e, per certi versi, anche negli altri sport che ho praticato a livello agonistico negli anni seguenti, vela e arti marziali in primo luogo.
Inoltre, come sempre quando si parla di sport professionistico, ho potuto scorgere alcune interessanti analogie con la vita lavorativa e anche qui ho trovato più di uno spunto di notevole interesse.

In ultimo ho modificato la mia opinione su Agassi, leggere le sue parole mi ha fatto riflettere sul senso della ribellione giovanile e su come spesso sia facile giudicare un’altra persona o una situazione basandosi sulla propria percezione e, per usare Korzybski, su come la nostra mappa non sia affatto il territorio ma spesso sia solo una imprecisa, parziale e tendenziosa rappresentazione dello stesso. Ciò non vuol essere un giudizio positivo sulla sua condotta di Agassi, deplorevole in più di una circostanza, ma semplicemente una presa di coscienza del fatto che dietro ogni comportamento ci sono motivazioni spesso non facilmente intuibili. « Leggi il seguito di questo articolo »

3 consigli per i leader tratti da One Minute Manager

21/04/2011 § 3 commenti

Tempo fa ho avuto modo di leggere un libro di cui si sente spesso parlare: “the One Minute Manager” di Kenneth Blanchard.
Devo ammettere che questo piccolo libro mi ha lasciato il segno, cosa che francamente non mi aspettavo (sono sempre un po’ scettico con i testi di grande successo).
Nelle prime pagine del libro si trova una massima che, a posteriori, ho trovato estremamente significativa e che riporto tale e quale:

People Who Feel
Good About
Themselves
Produce
Good Results

In sostanza, se sei felice è molto probabile che tu lavori bene e che, conseguentemente, tu produca buoni risultati. Mi verrebbe da dire che la saggezza si trova nelle cose davvero semplici e, diciamocelo, a volte un po’ scontate. E, credeteci o no, è decisamente così…

L’autore suggerisce, attraverso la classica storia della ricerca di risposte da parte di un giovane manager “cercatore”, tre regole fondamentali che, se ben applicate, hanno forte impatto sulla motivazione dei collaboratori. Regole che, se guardiamo bene, non servono a null’altro che a rendere le persone più felici.

Eccovi le 3 regole:

  1. Stabilire obiettivi che necessitino di  un minuto per essere spiegati (one minute goals)
  2. Lodare in un minuto (one minute praisings)
  3. Fare reprimende che non durino più di un minuto (one minute reprimands)

La persona che adotta questo metodo, assume l’appellativo di “one minute Manager“, ovviamente. Detto così sembra che la chiave di tutto sia la sinteticità, in realtà la questione è un po’ più raffinata. Qui sotto una spiegazione che può essere di aiuto nel comprendere meglio il “sistema”.

One Minute Goals

  • Concordare gli obiettivi con i collaboratori
  • Essere d’esempio nei comportamenti e far capire cosa intendiamo per comportamento corretto
  • Scrivere gli obiettivi in modo che stiano in non più di 250 caratteri (leggi, 250 battute su tastiera)
  • Leggere e rileggere gli obiettivi (ci vuole non più di un minuto) in modo che siano sempre a mente e chiari
  • Valutare di giorno in giorno la propria performance
  • Verificare se il comportamento che abbiamo è funzionale al raggiungimento degli obiettivi. « Leggi il seguito di questo articolo »

Collaborazione, ritmo e comunicazione: un esercizio esperienziale

13/04/2011 § 8 commenti

Un esercizio che spesso utilizzo, molto semplice ma molto metaforico della collaborazione nel team di lavoro, è dato da questo che vedete nel video:

L’esercizio consiste nel passare rapidamente da bastone a bastone, prestando attenzione non solo a ciò che dobbiamo fare noi (andare a prendere il bastone del nostro collega), ma anche a ciò che ci lasciamo dietro (il bastone che lasciamo al nostro collega).
Quindi prestare attenzione sia al nostro carico di lavoro che al carico di lavoro degli altri, al fatto che il nostro operato ha un impatto serio sull’operato altrui.
Prestare attenzione al fatto che un team si “inceppa” quando qualcuno non regge il ritmo e che necessariamente ci si deve adeguare alla velocità del più lento.
Il successo si ha quando si riesce a far crescere tutti, a dare regole chiare che facilitino il lavoro del gruppo. Il successo arriva quando si comunica, dandosi un’organizzazione e prendendo il giusto ritmo.

Niente di meglio per spiegarlo che un manipolo di bastoncini e un gruppo di persone volenterose 🙂

Il metodo “Antistronzi”, la quiete interiore e le performance del team

07/01/2011 § 4 commenti

A natale mi è stato regalato il libro Il nuovo metodo antistronzi il quale deve buona parte del suo successo al nome poco ortodosso, come conferma anche l’autore, ma che alla lettura si presenta come un testo approfondito e più serio di quanto appaia di primo acchito.

Nel libro viene individuata una serie di comportamenti caratteristici dello “stronzo” (asshole in inglese, da cui il titolo originale The no asshole rule) fra cui insulti personali, contatto fisico non richiesto, intimidazioni, sarcasmo eccessivo, email distruttive, occhiatacce e altro. L’elenco completo dei comportamenti, definito la sporca dozzina, lo trovate sul blog italiano dedicato “al metodo”.

Oltre ad analizzare svariate tipologie di soprusi professionali ed orrori organizzativi in modo alquanto dissacrante ma mai superficiale, l’autore, Bob Sutton, si sofferma su due punti che reputo particolarmente rilevanti e che riguardano i costi che un sistema economico è costretto a sostenere in presenza di un clima negativo. In particolare:

  • i costi per i singoli in termini di stress personale, ricadute sulla sfera privata, mancanza di autostima fino ad arrivare all’esaurimento;
  • i costi per l’organizzazione in termini di mancata performance, insoddisfazione per i clienti e alto turnover del personale.

Se si prende a riferimento la formula del team sintetizzata da Luigi Mengato, il libro sembra implicitamente avvallare la presenza della lettera “C” all’esponente come elemento potenziante (o depotenziante) delle performance.

"Formula del Team" di Luigi Mengato - Creative Commons Licence

La formula sta a significare che un gruppo, affinché possa evolvere in un team coeso e performante, deve possedere le seguenti caratteristiche: « Leggi il seguito di questo articolo »

Project Management Esperienziale: La disfida dei Marshmallow

27/12/2010 § 4 commenti

Ormai da un po’ di tempo ho inserito fra il mio repertorio di esercizi esperienziali (a volte mi sembra di essere un prestigiatore…) anche la ormai famosa Marshmallow Challenge, resa nota dall’altrettanto famoso video che è apparso su TED e che potete trovare qui:

http://www.ted.com/talks/tom_wujec_build_a_tower.html

Per chi ancora non lo conoscesse, l’esercizio è una piccola prova di project e team management e consiste nel progettare e creare in gruppo (4 persone generalmente) la costruzione più alta partendo da una dotazione di 20 spaghetti, un marshmallow, scotch, spago e forbici. I vincoli principali sono il tempo (18 minuti), l’impossibilità di “appendere” la costruzione a strutture più alte (lampade, appendiabiti…) e il fatto che il marshmallow deve essere posizionato in cima alla costruzione.

Al seguito del successo dell’esercizio è stato creato anche il sito http://marshmallowchallenge.com/, dove, fra le altre cose, trovate spiegate per filo e per segno le istruzioni per l’esecuzione dello stesso e alcune riflessioni da riportare in fase di debriefing, come ad esempio:

  • l’importanza della prototipazione:verificare costantemente sulla nostra struttura quale sia l’impatto dell’installazione del marshmallow in cima ad essa.
  • la verifica degli assunti: “il marshmallow tanto è leggero”… vero, ma gli spaghetti di peso ne reggono davvero poco…
  • l’importanza dell’avere un team dalle competenze diversificate, dove un gruppo di avvocati può far peggio di una squdra composta da bambini delle elementari.
  • la difficoltà di avere alte performance sotto stress, affermazione ancor più vera quando viene messa in palio una certa posta.

Provandolo più volte sul campo (qui sopra trovate alcune delle strutture create), ho avuto modo di annotare qualche altra riflessione, che vi riporto sinteticamente qui sotto:

  • seppur esplicitamente indicato fra i vincoli di progetto, il tempo raramente viene preso in considerazione e debitamente misurato. Quasi nessun gruppo verifica lo scorrere delle lancette e pianifica le attività di conseguenza.
  • i gruppi che eccellono sono quelli che si danno un minimo di organizzazione e dove emerge una figura di leader o, più semplicemente, di coordinatore dei lavori. Affermazione apparentemente banale, ma quanti gruppi di lavoro non appena ricevono un incarico vi si buttano a capofitto fermandosi a riflettere solo all’emergere dei problemi?
  • l’italiano, pur di vincere, infrange qualunque regola o per lo meno tenta di aggirarla o di interpretarla a suo favore...  Ad esempio: le costruzioni non possono essere sospese con tiranti che arrivano da strutture più alte, eppure ho visto persone improvvisarsi  lampadario, pur di far star su la propria struttura fino all’atto della misurazione. Le regole, in buona sostanza, servono per essere aggirate. Questa è più una riflessione di carattere sociologico che altro, ma vale la pena di sottolinearla, dato che, per quanto possa sembrare strano ad alcuni, i progetti sono di successo quando, oltre a rispettare i vincoli di tempo, costo e qualità, raggiungono gli obiettivi nel rispetto delle leggi.

Un buon esercizio, da consigliare.

Corde Alte e Formazione Esperienziale

09/09/2010 § 6 commenti

Rieccomi dopo quasi un paio di mesi di silenzio “estivo” con un racconto che non ha a che fare direttamente con le Arti Marziali (ormai ci siete abituati) ma con una disciplina che richiede delle competenze per molti versi simili (equilibrio e calma, capacità di gestire lo stress, ricerca del proprio limite…) anche se si svolge in un contesto totalmente diverso: le corde alte.

Corde Alte e Formazione Esperienziale

Poco tempo fa ho infatti avuto modo di provare, nell’ambito del master in formazione esperienziale che sto frequentando (non si smette mai di imparare!!), questa disciplina applicata alla formazione aziendale.

Devo ammettere che sono partito per quest’avventura con un certo scetticismo, per quanto dato il mio background dovrei essere più che aperto ad ogni sperimentazione.

Il punto sta nel fatto che non riuscivo, prima della mia partenza, a contestualizzare pienamente lo strumento formativo “corde alte” all’interno delle dinamiche aziendali.

Ma ovviamente mi sbagliavo… « Leggi il seguito di questo articolo »

Visualizzazioni e Performance – Parte seconda

23/07/2010 § 10 commenti

Per chi non l’avesse ancora fatto, prima di procedere con la lettura vi suggerisco di dare un occhio alla prima parte dell’articolo, pubblicata qualche settimana fa. Nel caso l’abbiate già fatto o preferiate partire da qui, allora buona lettura!

…anni fa mi accadde uno di quegli eventi che uno non si aspetta mai possano capitare a lui. I classici eventi che, come diceva John Lennon, ti capitano nella vita mentre sei impegnato a fare altri progetti… Non voglio però parlare di  quell’evento, in questo momento non è importante. Importanti, ai fini di questo post, sono però le sue prime e dirette conseguenze: sei mesi di sostanziale immobilità fra letto e carrozzina.
Il resto, almeno per ora, ve lo risparmio.

La parte distale del mio femore. Giusto per dare un'idea.

La parte distale del mio femore. Giusto per dare un'idea.

Dolore fisico a parte, restare fermo a letto per una persona abituata a muoversi continuamente e a farsi almeno i suoi 3/4 allenamenti a settimana (più le competizioni) era, per usare un eufemismo, una sofferenza immane dal punto di vista mentale. Mi ritrovai a sognare, sia metaforicamente che nella realtà, quello che fino a pochissimo tempo prima era parte della mia quotidianità.

Paradossalmente, in qualche modo, fu proprio il sognare la chiave di tutto. Sognare prima dormendo e poi ad occhi aperti quello che avevo fatto in passato e che avrei voluto fare ancora in futuro. Cose che, al tempo, ero lungi dall’aver la certezza di poter rifare.

Iniziai col ripensare, da sveglio, ai sogni (in quei giorni sognavo tantissimo), per poi passare ai ricordi, ad assaporare i momenti passati, le sensazioni. Scoprii, o meglio realizzai, che i ricordi non erano solo visivi, ma anche auditivi e cinestesici. Qualche volta addirittura anche tattili o olfattivi, se mi capitava sottomano una qualche attrezzatura tipo la muta con il suo caratteristico odore di neoprene e umido o i focus, che tanto sanno di palestra…
E realizzai che una visualizzazione, come un ricordo, non è fatta solo di immagini. Le immagini sono spesso solo il primo passo per attivare anche gli altri sensi e le sensazioni cinestesiche. « Leggi il seguito di questo articolo »

Visualizzazioni e Performance – Parte prima

09/07/2010 § 5 commenti

Le visualizzazioni sono parte integrante del mondo delle arti marziali. Ricordo sempre il mio maestro mentre diceva due frasi in particolare “quando respirate visualizzate l’aria che entra dalla bocca e scende fino ai polmoni per poi risalire” e poi “ripetete mentalmente le tecniche che avete provato oggi. Vedetevi mentre le eseguite al meglio, come vorreste che venissero, sentite il movimento”.

Quanto sono nitide le nostre visualizzazioni?

A volte, al posto dell’aria, si parlava di energia che non andava quindi nei polmoni ma scendeva fino al Dan tian. Ma la sostanza, se vogliamo, era la stessa. L’importante per noi era rilassarci e liberare la mente, le visualizzazioni erano solo il mezzo per ottenere tutto ciò. Obiettivi più alti erano decisamente al di fuori della nostra portata, dato il nostro livello.
La prima frase era ricorrente nella fase iniziale dell’allenamento, prima del saluto, dove ci si rilassava, chi nella posizione del loto chi semplicemente in ginocchio. La seconda frase era caratteristica del rilassamento prima del saluto finale, un modo per fissare meglio nella mente i movimenti e le sensazioni provate durante l’allenamento.
Ricordo che agli inizi non capivo, il più delle volte la mente vagava liberamente nel suo chiacchiericcio e difficilmente riuscivo effettivamente a visualizzare quello che veniva indicato dal maestro.
Poi lentamente il messaggio cominciò a filtrare e, di conseguenza, iniziai a farmi condurre in quella che non era altro che meditazione guidata che induceva una leggera trance ipnotica. « Leggi il seguito di questo articolo »

Negoziatori migliori grazie alle Arti Marziali

02/04/2010 § 7 commenti

…ovvero come migliorare le nostre abilità di negoziatori grazie agli insegnamenti delle arti marziali.

Le Arti Marziali sono conoscenza di noi stessi, del nostro avversario e più in generale delle persone con cui interagiamo.

L’approccio marziale che io considero non è quello finalizzato alla distruzione, ma al controllo dell’azione altrui, nel rispetto della sua integrità fisica e mentale. Per riportare questa affermazione alla nostra realtà (e alla nostra legislazione, se vogliamo) intendo difesa proporzionata all’offesa: reazione proporzionata all’azione.
Reazione che pur permettendoci di raggiungere il nostro obiettivo, la nostra incolumità in questo caso, tiene in considerazione la salvaguardia, per quanto possibile, dell’altra persona. La rispetta come essere umano.

Negoziazione e Arti Marziali: forza contro forza

Conflitto, forza contro forza.

Immagino che molti di voi avranno già familiarità con questo concetto, che ritornerà in vari modi in questo articolo.  Ma ciò di cui voglio parlare ora è altra cosa, probabilmente meno usuale: le arti marziali come strumento per affinare le nostre abilità di negoziatori considerando che la negoziazione è spesso parte, in un modo o nell’altro, di un conflitto, estendendo il discorso in questo senso anche alle trattative commerciali.

Le Arti Marziali quindi, in particolare T’ai Chi, il T’ien Shu o l’Aikido, come metafora per la negoziazione e, ancora una volta, come strumento formativo esperienziale in Azienda.

Ma andiamo per gradi….

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Arti Marziali e gestione dello “spazio” nei rapporti interpersonali

15/01/2010 § 9 commenti

C’è un’importante analogia fra le arti marziali e la vita di tutti i giorni: la gestione dello spazio.

Immaginate di disegnare un cerchio intorno a voi, un po’ come si usa ultimamente in pubblicità… Solo che in questo caso la finalità del cerchio è differente: non sta a significare che tutto ruota intorno a voi e che siete il centro dell’universo, concetto perlomeno dubbio se non imbarazzante, ma semplicemente che avete uno spazio che può essere definito come vostro, dove qualunque intromissione fisica o verbale, se non “autorizzata”, non è benvoluta.

Avete presente la sensazione di fastidio che provate quando qualcuno si avvicina troppo per parlarvi, se non gradite la sua presenza? Ecco, questo qualcuno ha invaso il vostro spazio. E il vostro fisico naturalmente reagisce con un certo senso di malessere.

L’istinto che porta a tale  “malessere” può essere raffinato, affinché porti ad una determinata reazione spontanea, stimolando, con l’allenamento, il nostro fisico e la nostra mente a percepire quali siano le “distanze di sicurezza”, a seconda del  tipo di attacco e dell’ambiente in cui ci troviamo, e quali siano le reazioni più appropriate.

Ma come misuro “il mio spazio”? Qual’è l’approccio delle Arti Marziali alla questione? Il problema è tanto semplice in teoria quanto complesso nella pratica….

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Concentrazione, Determinazione e “Condizionamento Mentale”, una precisazione essenziale

29/12/2009 § Lascia un commento

Nel mio precedente articolo sulla PCD, quando parlo di concentrazione e determinazione affermo che un ruolo fondamentale nel processo viene svolto dal condizionamento mentale. Condizionamento che deriva dall’allenamento continuo, dal provare e riprovare una tecnica.

E’  il caso di fare una precisazione, dopo alcune osservazioni, giustissime,  che mi sono state fatte.

Quella del condizionamento mentale è solo la prima fase, è l’approccio iniziale al percorso di crescita, approccio che viene vissuto nei primi anni di allenamento. Il condizionamento mentale serve a recepire e a far proprie certe regole, siano esse di movimento che di comportamento, affinché diventino parte di noi e riutilizzate in modo spontaneo e naturale quando necessario.

Fase dell'allenamento - reazione ad un'aggressione, riequilibrio.

Il metodo utilizzato dall’istruttore è quello dell’ induzione. L’obiettivo e quello di far capire alla mente (e al corpo) del discente, grazie all’allenamento nell’ambiente protetto e “simulato” della palestra, quali siano le reazioni adeguate alle differenti situazioni che possono accadere nella realtà della vita quotidiana.

La reazione del praticante di T’ien Shu non è quella di un automa, condizionata e meccanica, ma quella di una persona che agisce con spontaneità, con la mente aperta e tranquilla.
Le tappe del percorso di crescita interiore e fisica possono essere così distinte e sintetizzate: conoscenza, pratica, metabolizzazione, appropriazione, movimento spontaneo, consapevolezza.

Quindi, in buona sostanza, il condizionamento mentale è solo uno strumento da utilizzare propedeuticamente nel primo periodo di allenamento. L’obiettivo non è quello di vincolare l’uomo in uno schema (tecnica) ma è quello di renderlo libero e consapevole, valorizzandone le sue capacità tenendo conto delle sue caratteristiche fisiche e psicologiche e del contesto in cui egli si è sviluppato.

Per citare le parole del mio Maestro “…la tecnica, dopo un “lavoro” [lungo] di conoscenza, apprendimento e metabolizzazione si trasformerà in un movimento facente parte di noi stessi, ad uso e somiglianza del nostro modo di essere, di agire, di relazionarsi e di vivere…”. Niente di più vero.

PCD – il Kung Fu può aiutarmi a gestire meglio una riunione?

29/11/2009 § 3 commenti

Un concetto che sta alla base del Kung Fu T’ìen Shu, disciplina che pratico da ormai quasi vent’anni, è quello della “PCD”, acronimo che sta per Predisposizione, Concentrazione e Determinazione.
Nel momento in cui il Maestro chiama una tecnica o dà un comando, se vuole far lavorare gli studenti in un certo modo (o, meglio, ricordargli come si dovrebbe sempre lavorare…) chiama a piena voce “PCD”.

L’obiettivo di questo richiamo è quello di riportare gli studenti in uno stato mentale ben definito, molto vigile, estremamente reattivo e orientato al massimo verso l’obiettivo: neutralizzare l’attacco avversario o portare una determinata tecnica al meglio delle possibilità.

Predisposizione, Concentrazione e Determinazione nell'esecuzione di una tecnica - Foto http://www.luciapoggiali.com

Lo stato ottimale, che si raggiunge dopo lungo allenamento, è caratterizzato da fisico centrato e pronto alla reazione, mente lucida e calma, focus al 100% sull’obiettivo.

Il termine PCD rappresenta, per il praticante di T’ien Shu, sostanzialmente un’àncora, nell’accezione della Programmazione Neuro Linguistica qui un bell’articolo sull’argomento, in lingua inglese. Serve, quando pronunciato, a fare entrare in uno stato mentale particolarmente lucido, pronto a reagire all’attacco con efficacia e risolutezza, qualunque sia stato il nostro stato mentale di pochi secondi prima.

Ma come si arriva a questo stato? Come si “ottiene” la PCD? Come faccio a predispormi? Come riesco a concentrarmi, a essere determinato?
Analizziamo le varie fasi punto per punto…

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Ma cosa pensa Edward de Bono delle Arti Marziali?…

03/11/2009 § Lascia un commento

E pensare che credevo di aver avuto uno spunto originale…

Invece ieri sera mi trovo davanti a queste parole di de Bono: “nello ju-jitsu, se uno dei lottatori prevede le mosse dell’avversario è in grado di utilizzarne la forza e il peso e di volgerle contro l’avversario stesso. Allo stesso modo si può prevedere il corso dei pensieri di una persona che ragiona verticalmente [in senso strettamente logico, ndr], e trarne profitto.

(da “Il Pensiero Laterale, come diventare creativi” – Edward de Bono, BUR, pag. 157)

Lavoro a coppia sull'anticipo

Lavoro a coppia sull'anticipo, toccare la spalla e schivare - studio dell'avversario.

L’analogia di de Bono si aggiunge alla mia (o, meglio, la mia si aggiunge alla sua…), e osserva la stessa questione da un’angolazione diversa: le arti marziali non solo possono aiutare la mente a ragionare in modo “laterale” ma possono anche aiutarci nel “prevedere” i comportamenti del nostro avversario.
Ora, “prevedere” a mio avviso è una verbo da usare con cautela. Non si tratta di vera e propria preveggenza. Più che altro è lo sviluppo di una certa sensibilità che ci porta ad anticipare le mosse del nostro avversario in modo spontaneo, senza forzature. Tu “tiri”, io so già prima che tu parta dove vuoi arrivare. In qualche modo “ti sento”. E non ci sto pensando, lo sento e basta.

Gli orientali dicono che prima attacca il nostro Qi, poi attacca il nostro corpo.

Quando una persona ci attacca, se siamo in grado di “sentire” il suo Qi, siamo in grado di “prevedere” le sue mosse e usare la sua forza contro di esso.

Se siamo in grado di intuire il suo processo mentale, siamo in grado di “manipolarlo” e volgerlo a nostro vantaggio.

Direi che tutto torna, grazie Edward 🙂

Arti Marziali e Pensiero Laterale

15/10/2009 § 2 commenti

Il pensiero laterale, concetto introdotto dallo psicologo e medico Edward De Bono, è una “modalità di risoluzione di problemi logici che prevede un approccio indiretto ovvero l’osservazione del problema da diverse angolazioni, contrapposta alla tradizionale modalità che prevede concentrazione su una soluzione diretta al problema” (fonte Wikipedia). In sostanza, per cercare la soluzione ad un problema NON si parte dalla soluzione più ovvia, ma da approcci alternativi, magari focalizzandosi su dettagli apparentemente marginali.

Ma dove un’arte marziale può aiutarci a osservare un problema da un’angolazione diversa dall’usuale, a pensare al di fuori degli schemi? Pensiamo un po’ alle nostre reazioni a determinate azioni da parte di un aggressore (sia esso reale o per gioco): una spinta per esempio. Se guardiamo due bambini spingersi, molto probabilmente quello dei due che spinge più forte, perchè più forte o più pesante (vantaggio relativo), sarà quello che avrà la meglio. Ciò accade nella maggior parte dei casi, tranne quelle rare volte dove c’è quello “un po’ più furbo” che ad una forte spinta non si oppone. Cede, si sposta lateralmente o in modo circolare (come, in differenti modi, nel Taichi, nell’Aikido o nel Kung-fu T’ien Shu).

L’aggressore a questo punto, sorpreso da una mossa inaspettata, generalmente perde l’equilibrio. Più forte è l’attacco, più facile è che l’epilogo per l’aggressore sia un capitombolo … la disfatta più totale per ogni bambino 🙂

la spinta e il pensiero laterale - foto luciapoggiali.com

Arti marziali e pensiero laterale, reazione ad una spinta - foto luciapoggiali.com

Ciò che cosa ci insegna? Ci sono azioni e reazioni che escono dagli schemi, che sono inaspettate e che generano scompiglio. È chiaro, una reazione inattesa può anche non portare al risultato sperato, anzi, peggiorare la nostra situazione. Se lo spostamento laterale non viene eseguito correttamente, potremmo essere “intercettati” comunque dal nostro avversario, fornendo un fianco ancora più debole all’aggressione. Ma se la mossa riesce, e per riuscire necessita di determinazione, preparazione e coraggio, allora sarà possibile tramutare una situazione di svantaggio in uno scacco matto.

Sia chiaro, cedere NON è capitolare, è il non opporsi ad una forza ma utilizzare la forza stessa dell’avversario per raggiungere un risultato a noi favorevole.

Se in una contrattazione con più offerenti del medesimo bene veniamo trascinati in una battaglia sul prezzo e sappiamo che non potremo mai vincere dato che il  nostro concorrente è più economico, proviamo a spostare il focus del cliente sui livelli di servizio, sull’immagine, sulle prestazioni e la qualità del nostro prodotto. Oppure proviamo a fare un’analisi più accurata delle necessità del cliente. Potremmo scoprire che ci sta chiedendo qualcosa che non gli serve o che non risponde esattamente alle sue necessità o che, peggio ancora, abbiamo offerto un prodotto di fascia troppo elevata per le necessità del cliente stesso.

Quest’ultimo caso mi è capitato di recente dove, curando gli interessi di un cliente in un acquisto rilevante di materiale informatico, il fornitore più accreditato ha perso la commessa per essersi focalizzato solo sul prezzo del prodotto offerto, senza accorgersi che stava offrendo un prodotto dalle prestazioni eccessive rispetto alle reali necessità del cliente. In questo modo l’altro offerente ha firmato facilmente il contratto, senza neanche “spingere” troppo…

Per tornare al parallelo con le arti marziali quindi, sarebbe bastato non focalizzarsi solo sulla forza della spinta (il prezzo) ma spostarsi “lateralmente” lasciando disperdere la forza del concorrente, portando il discorso su altri livelli ed analizzando meglio la situazione.

Ci sono persone più portate di altre al pensiero laterale, ma come in tutte le cose, anche in questo caso è possibile allenarsi. Allenati, impegnati, sii determinato ed i risultati arriveranno.

Nota: Edward De Bono sarà Domenica 18 ottobre al Festival della Creatività alla Fortezza da Basso di Firenze alle ore 17, pedana del padiglione Cavaniglia.

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