La vela e l’arte della crescita aziendale sostenibile

11/02/2012 § 2 commenti

Dall’età di 8 anni fino a quando ne avevo 23 ho praticato agonismo in deriva, in barca a vela. Optimist, 420 e 470, una classica trafila. Nell’immaginario collettivo italiano, quando si pensa alla vela, generalmente si pensa alla Coppa America o ai barconi della Volvo Ocean Race. La vela è anche altro. Soprattutto, direi, è altro. Si tratta ovviamente di un’opinione personale, ma posso assicurare che è ben condivisa da tutti coloro che, come me, sono cresciuti in deriva e poi, per un motivo o per l’altro, sono passati ai “barconi” (come generalmente il derivista chiama tutto ciò che galleggia, ha una vela e che deriva non è…).

470 al lasco - da Wikipedia

Le derive, per chi non ne avesse familiarità, sono quelle piccole barche a vela dove si va da soli o in due (qualche volta anche in 3 o più), molto leggere e carrellabili e che tendono a rovesciarsi con facilità. Fortunatamente, in genere, con altrettanta facilità o quasi si raddrizzano (generalmente non affondano). Alcune di queste vengono anche chiamate, anche per questa peculiarità, derive acrobatiche. Per intendersi, a differenza dei barconi, sulle derive non si può andare in giro con tagliere di salame e prosecco in pozzetto, ma, se va bene, si va avanti a Enervit (chi si ricorda il mitico Enervitene??) e si fa una fatica bestia, senza contare il freddo polare che si patisce nei mesi invernali.

La vela, la deriva, è uno sport di fatica, costanza e resilienza (vedi il mio articolo a riguardo) in più è tremendamente tecnico, il che, almeno per me, ne aumenta notevolmente il fascino. Nella vela c’è tutto, la mente, il fisico, il rapporto con gli altri, la tecnica, il mezzo “meccanico”, regole complesse, gli elementi della natura. Di conseguenza il derivista deve avere una mente e un fisico preparati, saper far parte di un team, conoscere e saper regolare e riparare il proprio mezzo, essere un po’ giurista, conoscere e saper trarre il meglio dalle condizioni meteo e dal campo di regata.

Ora, il derivista, indipendentemente dal suo livello, ha spesso un difetto. Nel momento in cui “cresce” e si trova a correre sui cosiddetti barconi, si crede un fenomeno. Ci siamo passati tutti, compresi il sottoscritto. Il derivista “sa fare tutto lui” e lo sa fare “meglio degli altri”. Nella sua testa, se non hai fatto deriva sei un cretino: “al massimo ti posso mettere a fare le drizze o, se ti sei applicato molto e mi dai retta, il tailer…

C’è un fondo di verità in questo, nel senso che una certa sensibilità si acquista solo in deriva. L’analogia con l’automobilismo è semplice, è come se uno volesse diventare un gran pilota facendo pratica su un Fiat Doblò e poi passasse a fare le gare con gli Scuolabus… I piloti di F1 fanno un altro percorso, generalmente non partono dal Doblò ma dai Kart, poi se vogliono fanno anche il campionato Scuolabus. Ecco, i Kart per le automobili sono l’analogo degli Optimist per la vela.

La realtà però è questa, sui barconi non è necessario essere stati dei fenomeni in deriva per far bene. Non lo è necessario in tutti i ruoli per lo meno. Se andiamo a vedere i grandi equipaggi di Coppa America ritroviamo molti derivisti ma anche tanta gente che da giovane magari giocava a Rugby (magari i grinder). Eppure nel loro ruolo sono dei professionisti incredibili e nessun derivista potrebbe far meglio di loro. Tanti prodieri professionisti sono stati solo dei derivisti dilettanti o non sono mai andati in deriva del tutto. Il prodiere ad esempio è un po’ come un tecnico specializzato (di alto livello), non è necessario che sappia fare il tattico ma deve saper strambare alla perfezione con 40 nodi o arrampicarsi a recuperare una drizza in testa d’albero come se fosse un ragno. Io, che ho sempre fatto il timoniere o il tattico, a fare il prodiere sui barconi non mi ci sono mai messo in regata e se ci avessi provato senza la corretta preparazione ci sta che mi sarei pure fatto male…

I derivisti che sono arrivati ad alti livelli sono persone che rispettano il ruolo degli altri, che aiutano gli altri a crescere, che sanno di essere indispensabili per quello che possono apportare grazie alla loro esperienza di derivisti, alla loro capacità di leggere il campo di regata, di sopportare lo stress, di raggiungere gli obiettivi. Questi derivisti che ora sono timonieri, tattici e strateghi fanno il loro lavoro, non si occupano degli altri ruoli perché ci sono altri che li fanno e loro li supportano in questo. Non si occupano della logistica a terra, non si occupano della progettazione, non si occupano dei compiti operativi che vengono svolti dai tanti specialisti intorno a loro. Interagiscono quando è necessario, condividono informazioni, supportano, ma si fidano. Loro hanno altro a cui pensare, altrimenti non si vince, quindi il resto è delegato ad altri.

Ma non è sempre così. Il derivista a volte si comporta in modo meno illuminato, come alcuni imprenditori titolari di PMI. Per il lavoro che faccio di imprenditori ne conosco tanti, di vari livelli. Dal piccolo artigiano che lavora da solo a quello che ha già qualche decina di dipendenti e fatturato di tutto rispetto. Questo imprenditore ha spesso gli stessi difetti dell’ex derivista, quando correva da solo faceva tutto lui ed era un fenomeno. Poi si è ingrandito, ha cambiato classe e ha cominciato ad assumere dipendenti e a comprare un capannone più grande (una gran bella barca). Però il fenomeno resta lui, come lavora lui non lavora nessuno. A volte pensa “quel tailer non capisce nulla, se regolassi io quello spi. Ora gli faccio vedere io….“. Quando qualcuno sbaglia egli lo denigra, quando si vince è, fondamentalmente, grazie a lui che tira avanti la baracca. Ma è oberato di lavoro, non può fare sempre tutto lui. E gli altri non sono in grado, allora urla, si sbraccia, molla il timone e va lui a cazzare lo spi, per la gioia dei suoi concorrenti che sorpassano facilmente una barca alla deriva.

Alla fine la barca tanto bene non va più, e mantenerla costa. Arriva la crisi, se va bene la barca si vende (ammesso che ci sia qualcuno che la compri) e l’equipaggio torna a spasso, ex derivista compreso…

Ma cosa avrebbe potuto fare il nostro Derivista-Imprenditore per evitare il danno, anzi, per crescere con prosperità? Avrebbe potuto far crescere i componenti del suo equipaggio, dando loro fiducia e rispettandoli, trasmettendo loro quello che sa, delegando a loro tutte quelle cose che lo distolgono da ciò che dovrebbe fare come definire strategie e obiettivi, tenere la rotta e far correre la barca. E sul prossimo post proverò a dar alcuni spunti per aiutare tutti quei derivisti (imprenditori) che vorrebbero aver più tempo per dedicarsi al piacere del timone possibilmente arrivando primi al traguardo, per sentire il colpo di cannone e il sempre poetico “ip-ip urrà” scandito dal Comitato di Regata.

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§ 2 risposte a La vela e l’arte della crescita aziendale sostenibile

  • Luigi Mengato ha detto:

    Ciao Walter, mi fai pensare alla confusione veneta tra il “pàron” (imprenditore ex derivista) ed il Leader.
    Purtroppo penso che la cultura della Leadership e della Squadra non ci venga insegnata fin da piccoli …e poi ce la portiamo dietro.

    • Walter Allievi ha detto:

      Ciao Luigi,
      pensa quanto si potrebbe fare nelle scuole, volendo (un po’ come fa la maestra di cui parli nel tuo blog). Magari portando qualche attività che faccia capire la differenza fra “leader” e “fenomeno”. Potremmo fare del bene alla società 🙂 E’ un po’ che ci penso, va creata l’occasione!

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