Corde Alte e Formazione Esperienziale

09/09/2010 § 6 commenti

Rieccomi dopo quasi un paio di mesi di silenzio “estivo” con un racconto che non ha a che fare direttamente con le Arti Marziali (ormai ci siete abituati) ma con una disciplina che richiede delle competenze per molti versi simili (equilibrio e calma, capacità di gestire lo stress, ricerca del proprio limite…) anche se si svolge in un contesto totalmente diverso: le corde alte.

Corde Alte e Formazione Esperienziale

Poco tempo fa ho infatti avuto modo di provare, nell’ambito del master in formazione esperienziale che sto frequentando (non si smette mai di imparare!!), questa disciplina applicata alla formazione aziendale.

Devo ammettere che sono partito per quest’avventura con un certo scetticismo, per quanto dato il mio background dovrei essere più che aperto ad ogni sperimentazione.

Il punto sta nel fatto che non riuscivo, prima della mia partenza, a contestualizzare pienamente lo strumento formativo “corde alte” all’interno delle dinamiche aziendali.

Ma ovviamente mi sbagliavo…

Come in ogni percorso esperienziale che si rispetti, l’approccio è stato molto graduale. La prima giornata è passata sulle corde “baby”, per permetterci di prendere confidenza con la struttura e le procedure di sicurezza in primo luogo e poi per abituarci all’idea di camminare “a mezz’aria”.

L’esercitarci sul percorso semplice non ha precluso l’inserimento di alcuni elementi di interesse e di sfida. Già dopo il primo “giro di prova” siamo passati dalla “passeggiata distensiva” ad un bel percorso da compiere bendati con l’unico ausilio della voce guida di un nostro compagno.

Per quanto consapevoli di essere a pochi metri (a volte centimetri) di altezza, ciò non ha impedito di innalzare notevolmente il livello dello stress (non necessariamente in chi era bendato) e di verificarne le reazioni.

Girellare bendato su un percorso sospeso, affidandomi a sistemi di sicurezza non miei e alla voce altrui come unica guida, mi ha portato a fine giornata a riflettere seriamente sui temi della fiducia (nei sistemi di sicurezza, metafora dell’organizzazione aziendale), della leadership (intesa come guida, capacità di prendersi la responsabilità dell’altrui sicurezza e operato) e della delega (delega della funzione “vista” ad una terza persona).

Un’interessante osservazione fatta da una delle mie colleghe è stata questa: “Girare bendata in realtà mi ha fatto rilassare, mi sono messa nelle mani della mia guida e mi sono lasciata condurre”. Come dire, a volte è quasi bello perdere il controllo e fidarsi di qualcun altro… Fine del primo giorno, decisamente più positivo del previsto.

Corte Alte e Formazione Esperienziale

Il secondo giorno è partito subito in modo decisamente più dinamico. Percorso di media difficoltà, fra i 5 e i 10 metri di altezza, con alcuni passaggi piuttosto ostici sia per l’impegno fisico richiesto, sia per la maggiore pressione psicologica data la maggiore altitudine, sia per la misurata “cattiveria” dei nostri formatori (eh, sì… anche i formatori hanno i loro formatori) che non hanno esitato a metterci in difficoltà con bendaggi, camminate all’indietro e altre prove (il tutto, c’è da dire, nella più totale sicurezza, contesto permettendo).

I temi della fiducia e del controllo tornano alla ribalta più che mai. Provare a lasciarsi andare appeso ad un braghino a 10 metri dal suolo affidandosi ai moschettoni ed al cavo d’acciaio (per quanto spesso), fa il suo effetto. Senza fiducia non c’è modo di stare calmi. Senza abituarsi a perdere il controllo, non c’è modo di riuscire a recuperarlo.

Questo perché se per combattere l’eventuale caduta ci si affida alle nostre braccia e alla nostra forza, anziché ai sistemi di sicurezza, si è destinati a soccombere alla forza di gravità. La nostra forza ha un limite, poi si esaurisce, quella del moschettone no (metaforicamente, la nostra organizzazione ha le spalle più grosse di noi soli).

In sostanza, prendersi carico di tutto prima o poi comporta perdere il controllo di buona parte di esso, che noi lo si voglia o no. Tanto vale perdere il controllo quando lo vogliamo noi e in modo, come dire, controllato!

Durante uno dei briefing sono emersi altri due concetti chiave: la ricerca del proprio limite e l’empowerment. Definire l’obiettivo, realistico ma sfidante, definire le regole entro cui muoversi e provare. E osare. Molte volte riuscire, qualche volta capire che l’obiettivo è fuori dalla nostra portata. Ma almeno ci abbiamo provato.

Un altro tema fondamentale della seconda giornata è stato la collaborazione. Ho visto persone con problemi di vertigini e abituate alla vita di ufficio più che al “tree climbing“, superare limiti fino a poco prima impensabili grazie al supporto del gruppo, sia fisico che morale. Ecco quindi emergere due capisaldi dell’empowerment: essere messi nelle condizioni di osare e avere il supporto del sistema di cui si fa parte.

L’ultimo esercizio affrontato è stato quello che credevo, a torto ovviamente, essere veramente inutile: la teleferica sopra la valle con l’unico ausilio dell’imbrago. Ho pensato fra me e me: “un giro di piacere per chi ama l’altezza, di terrore per gli altri”. Utilità zero.

Invece anche qui il  tema del controllo torna alla ribalta. Lasciarsi andare, affidarsi all’attrezzatura (al sistema) ci permette di godere il viaggio. Volere controllare qualcosa che non possiamo materialmente controllare, rischia di essere addirittura controproducente. Infatti se si usa troppa forza con la teleferica tenendosi troppo stretti c’è il rischio di attorcigliare i cavi dell’imbrago e di farsi del male. Da far riflettere.

Insomma, se già dopo il primo giorno i miei dubbi hanno iniziato a dissolversi, anche se non completamente, dopo il secondo giorno non ne ho più. Le corde alte possono essere un valido strumento formativo, se applicato nei giusti contesti e con i presupposti del caso.

Questi i temi fondamentali che abbiamo trattato:

  • Essere Leader
  • Gestire lo stress
  • Avere Fiducia
  • Delegare e cedere il controllo
  • Ricercare e riconoscere il proprio limite
  • Abilitare l’Empowerment
  • Collaborare

Sicuramente ce ne sono altri che mi sono sfuggiti o che nella nostra esperienza non sono emersi. In ogni caso mi sento di dire che ce n’è abbastanza per promuovere le corde alte a pieni voti, purché ovviamente tutte le attività siano seguite da briefing specifici e contestualizzati. O almeno questa è la mia impressione.

Qualcuno di voi ha avuto modo di fare la stessa esperienza o esperienze similari? Che  impressione ne avete tratto?


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§ 6 risposte a Corde Alte e Formazione Esperienziale

  • Marco ha detto:

    Ciao Walter,
    veramente interessante la tua esperienza, mi hai quasi convinto a provare, nonostante le mie vertigini… 🙂
    Parlando seriamente, ho avuto un percorso simile riguardo ai Tool Metalog dei quali accenno nel mio post su “Project Management e Facilitazione” – http://bit.ly/aeQcXD .
    Ho iniziato scettico (“…siii vabbè, giochini per bambini, non servono a nulla…”), ora li uso invece tantissimo e con una punta di malizia mi diverto anche a osservare gli altri che sbiancano dopo aver affrontato il gioco con sufficienza. 😉
    Rispetto alle corde alte e altri tipi di formazione esperienziale ‘outdoor’ sono forse meno ‘adrenalinici’ ma rimango sorpreso tutte le volte di come scatenino i comportamenti più intimamente legati alla sentito più profondo delle persone e per questo generino stress nei partecipanti, tanto che alle volte il debriefing si trasforma quasi in una seduta di psicoterapia di gruppo.
    E hanno il grossissimo vantaggio che li puoi usare ‘indoor’, praticamente in qualsiasi corso o anche incontro di consulenza, basta avere un po’ di spazio a disposizione. Li useremo anche il 21 ottobre: http://bit.ly/9elX7Y
    Marco

    • Walter Allievi ha detto:

      Ciao Marco,
      condivido pienamente la tua opinione, i giochi tipo i Tool Metalog (per chi fosse interessato può dare un occhio qui: http://www.metalogtools.co.uk/ ) sono assolutamente efficaci nella formazione esperienziale. Anch’io uso a volte ne uso di simili, magari con bastoni o con palline o altri strumenti un po’ rudimentali ma comunque funzionali.
      Di recente ne ho provato uno con il Lego (il Duplo, quello per bambini piccoli!!) veramente fenomenale, alla prima occasione vedrò di scriverne.
      L’importante, da quello che ho potuto apprendere, è dare ai giochi la giusta rilevanza e concentrarsi bene sul debriefing e sulla contestualizzazione in azienda, elementi che fanno la differenza fra una giornata di “svago” e una di vera formazione.
      Il 21 conto di esserci, non vedo l’ora di vederti all’opera!
      A presto,
      Walter

  • Antonio Di Muro ha detto:

    Caro Walter…
    devo dire che leggo sempre con molto piacere ed altrettanto interesse i tuoi articoli.
    Proprio quest’estate ho avuto modo di provare il “tree climbing”: rimango sempre sorpreso dal bellissimo modo che hai di trasformare un’esperienza in un concetto.
    Il fatto che io sia, “accademicamente” parlando, un sociologo e, privatamente parlando un appassionato di arti marziali mi mette nelle condizioni di capire ed apprezzare i tuoi articoli e le “metafore” in essi contenute.
    Nessun commento quindi, solo la voglia di dirti bravo e grazie.
    Un saluto!
    Antonio(ne)

  • Giorgio ha detto:

    Ciao Walter,
    finalmente ho trovato il tempo di leggere il tuo interessante intervento. Condivido i concetti che hai ricavato dall’esperienza. Per me quello più importante rimane quello della collaborazione. Un altro molto importante, fortunatamente non affrontato, è cosa fare in una situazione “imprevista” ovvero in una crisi di panico di qualcuno, come tirare in porto la barca ?
    Un saluto e a presto
    Giorgio

    • Walter Allievi ha detto:

      Giorgio, ammetto di non averci pensato, anche se la tua osservazione è più che logica: qualcuno potrebbe andare nel panico. Credo che in questo caso l’importante sia non adeguarci al “suo livello di comunicazione” ma di portarlo lentamente e con calma sul nostro.
      Un po’ come nel caso del salvataggio di una persona che sta affogando. Se permettiamo che sia lei a “condurre” il salvataggio, fa affogare anche noi trascinandoci a fondo assieme a lei. Se invece la immobilizziamo correttamente, allora il salvataggio va a buon fine.
      Il panico è sempre una situazione momentanea, prima o poi passa. Basta saper (e saper far) aspettare. Alla fine, in questo contesto, non c’è alcun rischio reale (se non l’infarto…) se le sicure sono ben fissate.

      E, a proposito di comunicazione, mi è stata fatta anche un’altra bella osservazione (da Cinzia, che ringrazio!). Ne approfitto e la riporto qui testualmente:

      “Guidare un “cieco” sulle corde alte richiede essenzialità e precisione. In quante altre occasioni di lavoro e vita in generale andrebbero applicati gli stessi criteri per comunicare”.

      Sulla comunicazione non ho insistito nell’articolo, ma in effetti è uno degli aspetti essenziali dell’esperienza. Alla fine, come dice Paul Watzlawick :-), non si può non comunicare e dove può essere maggiormente importante la comunicazione che in una situazione di stress o, peggio, di panico?
      A presto,
      Walter

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