Arti Marziali e gestione dello “spazio” nei rapporti interpersonali

15/01/2010 § 9 commenti

C’è un’importante analogia fra le arti marziali e la vita di tutti i giorni: la gestione dello spazio.

Immaginate di disegnare un cerchio intorno a voi, un po’ come si usa ultimamente in pubblicità… Solo che in questo caso la finalità del cerchio è differente: non sta a significare che tutto ruota intorno a voi e che siete il centro dell’universo, concetto perlomeno dubbio se non imbarazzante, ma semplicemente che avete uno spazio che può essere definito come vostro, dove qualunque intromissione fisica o verbale, se non “autorizzata”, non è benvoluta.

Avete presente la sensazione di fastidio che provate quando qualcuno si avvicina troppo per parlarvi, se non gradite la sua presenza? Ecco, questo qualcuno ha invaso il vostro spazio. E il vostro fisico naturalmente reagisce con un certo senso di malessere.

L’istinto che porta a tale  “malessere” può essere raffinato, affinché porti ad una determinata reazione spontanea, stimolando, con l’allenamento, il nostro fisico e la nostra mente a percepire quali siano le “distanze di sicurezza”, a seconda del  tipo di attacco e dell’ambiente in cui ci troviamo, e quali siano le reazioni più appropriate.

Ma come misuro “il mio spazio”? Qual’è l’approccio delle Arti Marziali alla questione? Il problema è tanto semplice in teoria quanto complesso nella pratica….

Si tratta in primo luogo di valutare il nostro avversario e le sue le “leve” di attacco, siano esse leve di tipo fisico o verbale. In sostanza, se l’avversario attacca con un pugno, la distanza di sicurezza è “corta”, se attacca con le gambe, dovrò essere un po’ più distante per stare al sicuro, se attacca con un bastone lungo, la distanza cambia ulteriormente. Allo stesso modo, se si tratta di aggressione verbale, dobbiamo valutare se le “minacce” siano reali, e in tal caso stabilirne la portata (anche in base al tipo di “aggressore”, o se ci si trova solo davanti a qualcuno che alza la voce. La complessità sta nel valutare l’attacco in modo spontaneo e immediato.

Poi è necessario valutare l’ambiente in cui mi trovo.
Se mi trovo in un parco e uno sconosciuto mi sbatte volutamente contro, evidentemente c’è qualcosa che non torna. Se sono in ufficio invece non posso picchiare tutti quelli che si avvicinano troppo o con cui magari sono costretto a discutere, anche se in modo concitato… In ognuno di questi casi il mio spazio, diciamo il grado di tolleranza se parliamo di aggressione verbale, deve essere evidentemente differente.

Quindi il “mio” spazio, o meglio la mia percezione dello stesso, si allarga o si restringe a seconda di diversi parametri. In generale possiamo dire che la percezione del nostro spazio cambia a seconda:

  • dell’ambiente in cui ci si trova (locale pubblico, ufficio, strada…)
  • dell’aggressore (teppista, collega, amico…)
  • del tipo di aggressione possibile o, per lo meno, plausibile (verbale, fisica o entrambe)

In ultimo è necessario definire la reazione appropriata.
Quando parlo di “reazione” come sempre non intendo “mandare l’aggressore all’ospedale”. Intendo “riequilibrare una situazione non equilibrata” con una reazione commisurata all’azione (aggressione). Tenendo sempre bene in mente che l’obiettivo non è fare del male, ma evitare di subire un danno (di qualunque tipo esso possa essere) e mettere il nostro avversario non più nelle condizioni di nuocere, utilizzando la stessa forza della sua aggressione contro di lui.

La reazione può anche semplicemente consistere nel far scaricare l’aggressività del nostro avversario restando centrati ed equilibrati, e soprattutto nel caso di un attacco verbale, semplicemente restando calmi e, apparentemente, senza reagire. Anche la “non azione” è comunque azione e, quindi, reazione.

Per riassumere:

  • Se qualcuno ci aggredisce, ma resta al di fuori del nostro spazio, non c’è reazione.
  • Se qualcuno ci aggredisce, entrando nel nostro spazio sia in senso fisico che aggredendoci a parole, scatta la reazione, che però può anche essere non azione.

Per contestualizzare in azienda quanto scritto, riporto un classico esempio da riunione:  un collega che alza la voce e porta a giustificazione motivazioni pretestuose per, ad esempio, non svolgere un compito a lui affidato e magari farlo fare a noi. In questo caso non vi è una vera minaccia nei nostri confronti (i pretesti, in quanto tali, rappresentano una “finta” se vogliamo) e quindi non c’è invasione reale del nostro spazio. E’ probabilmente sufficiente lasciar sfogare la sua aggressività per poi tornare a discutere con calma e riportarlo a più miti consigli.

In altri casi invece potrebbe essere necessario far valere le nostre ragioni in modo assertivo, lasciando quindi esporre agli altri le loro ragioni (ascoltandole) ma portando fermamente le nostre, in un ottica di azione/reazione sempre nel rispetto del nostro “avversario”. Un esempio può essere quello di un superiore eccessivamente esigente, che affida obiettivi  non raggiungibili (o che ci vuol girare l’incarico non gradito dell’esempio precedente). In questo caso sta invadendo il nostro spazio con un’aggressione usando la forza derivante dalla sua posizione. Tali obiettivi NON devono essere accettati portando le corrette motivazioni (reazione equilibrata e commisurata) ed essendo, come sempre, assertivi ma non aggressivi nell’esporle.

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