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Lo scorso we, qui a Firenze, ho partecipato ad uno degli stage di aggiornamento periodici di Kung Fu T’ien Shu.
Uno dei momenti che ha caratterizzato le due giornate del raduno è stato quello della preparazione per i ragazzi dell’agonistica. Agonistica che io da tempo, sia per sopraggiunti limiti di età (falsità) che per carenza di legamenti sani (verità) ho abbandonato, per dedicarmi alla ricerca applicata e alla parte più tradizionale della disciplina.
In breve, dopo tanto tempo mi sono concesso anch’io uno di quegli allenamenti che mi facevano tanto godere anni fa e che ultimamente avevo, per vari motivi, tralasciato: un bella sessione di preparazione al combattimento, con tanto di guantoni pesanti, protezioni e  un po’ di lividi a fine giornata.
La cosa che mi premeva farvi vedere era la faccia del Maestro Carpanese (per me sempre Davide :-) ) e la mia a temine allenamento: 

il Maestro Carpanese e il sottoscritto durante un esercizio a coppia.

Due “ragazzini” (78 anni in due) che vanno avanti imperterriti, divertiti come bambini!

Questo per introdurre il contesto che ha dato il via alla riflessione, ma ovviamente non è questo il punto.
Alla fine di giornate come questa mi viene sempre in mente il motto dei Dog Brothers: “higher consciousness through harder contact”. Con i dovuti distinguo, ovviamente, e il necessario rispetto dato che i “Fratelli” sono ovviamente fuori parametro, in quanto a contatto “duro”!!!

Scherzi e “follia” dei Dog Brothers a parte, io credo ci sia molta, moltissima verità dietro a queste parole.
Il contatto fisico attraverso il combattimento porta a dolore, tensione mentale, stress. Che devono essere gestiti e controllati.
Interazione continua  con l’avversario, attacco e difesa. Yin e Yang.
Tutto ciò genera energie incredibili, soprattutto se si affronta l’esperienza con il giusto spirito di apertura e spontaneità, con la voglia di conoscere noi stessi e gli altri. Il combattimento è E’ conoscenza di noi stessi e degli altri. Il combattimento è consapevolezza.
Non è necessario che avvenga per strada, che sia senza regole.
Sia che tu combatta realmente o che tu stia facendo sparring, mentre combatti non hai tempo di pensare ad altro che a ciò che stai vivendo.
Vivi il momento, senti te stesso, le tue paure, le tue ansie, la tua aggressività, le reazioni del tuo corpo. E impari a conoscerti, a controllarti.
Senti l’energia e lo stato d’animo del tuo avversario. Impari a conoscerlo, a controllarlo (a volte…).
Se ti distrai arriva il colpo, e il dolore ti riporta al momento.
Siate onesti, per quanto tempo della nostra esistenza viviamo davvero nel presente?
Conoscere sé stessi, conoscere gli altri, vivere il momento. Tutto questo accade combattendo. Scusate se è poco…

Segnalo l’articolo che da il titolo a questo post, apparso ieri su Manageronline e che indica un interessante svolta da parte di alcune aziende anche italiane: l’inserimento di pratiche meditative  durante l’orario di lavoro.
Io generalmente parlo di arti marziali, non di meditazione in senso stretto.
Questo non deve far dimenticare che la meditazione, sia essa in movimento come con il Taichi che più statica come il Qigong o lo Yoga di cui si parla nell’articolo, è e deve essere una parte essenziale della pratica di qualunque artista marziale. Lo sviluppo del Qi (o Chi) è importante quanto lo sviluppo della nostra mente o del nostro corpo, al fine di raggiungere un corretto equilibrio psico-fisico.
Mi fa molto piacere leggere che queste discipline stiano prendendo piede anche in Azienda, il benessere delle persone (dei dipendenti in questo caso) non potrà che trarne giovamento.

Questo post solo per dare una veloce testimonianza.
Lo scorso fine settimana ho partecipato qui a Firenze ad un seminario tenuto dalla Maestra Thérèse Teo Mei Mei, allieva diretta di Yang Zhenduo, rappresentante ufficiale della famiglia Yang in Europa e fondatrice del centro Taiji e Quigong di Stoccolma.

Thérèse Teo Mei Mei col Maestro Yang Zhenduo

Thérèse Teo Mei Mei col Maestro Yang Zhenduo

Durante la pratica ho avuto modo, per l’ennesima volta, di esaltarmi per essere riuscito a rallentare i miei movimenti e i miei pensieri.
A fermarmi e ad ascoltare le mie sensazioni.
A fermarmi e ad ascoltare le sensazioni degli altri.
Il Taichi è davvero “ascolto”, qualcosa di cui c’è molto bisogno in qualunque contesto.
Grazie a tutti coloro che hanno condiviso con me quest’esperienza e grazie a Roberta e a tutti i membri dello Yang Chengfu Tai Chi Chuan Center di Firenze per averla organizzata.

C’è un’importante analogia fra le arti marziali e la vita di tutti i giorni: la gestione dello spazio.

Immaginate di disegnare un cerchio intorno a voi, un po’ come si usa ultimamente in pubblicità… Solo che in questo caso la finalità del cerchio è differente: non sta a significare che tutto ruota intorno a voi e che siete il centro dell’universo, concetto perlomeno dubbio se non imbarazzante, ma semplicemente che avete uno spazio che può essere definito come vostro, dove qualunque intromissione fisica o verbale, se non “autorizzata”, non è benvoluta.

Avete presente la sensazione di fastidio che provate quando qualcuno si avvicina troppo per parlarvi, se non gradite la sua presenza? Ecco, questo qualcuno ha invaso il vostro spazio. E il vostro fisico naturalmente reagisce con un certo senso di malessere.

L’istinto che porta a tale  “malessere” può essere raffinato, affinché porti ad una determinata reazione spontanea, stimolando, con l’allenamento, il nostro fisico e la nostra mente a percepire quali siano le “distanze di sicurezza”, a seconda del  tipo di attacco e dell’ambiente in cui ci troviamo, e quali siano le reazioni più appropriate.

Ma come misuro “il mio spazio”? Il problema è tanto semplice in teoria quanto complesso nella pratica.

Si tratta in primo luogo di valutare il nostro avversario e le sue le “leve” di attacco, siano esse leve di tipo fisico o verbale. In sostanza, se l’avversario attacca con un pugno, la distanza di sicurezza è “corta”, se attacca con le gambe, dovrò essere un po’ più distante per stare al sicuro, se attacca con un bastone lungo, la distanza cambia ulteriormente. Allo stesso modo, se si tratta di aggressione verbale, dobbiamo valutare se le “minacce” siano reali, e in tal caso stabilirne la portata (anche in base al tipo di “aggressore”, o se ci si trova solo davanti a qualcuno che alza la voce. La complessità sta nel valutare l’attacco in modo spontaneo e immediato.

Poi è necessario valutare l’ambiente in cui mi trovo.
Se mi trovo in un parco e uno sconosciuto mi sbatte volutamente contro, evidentemente c’è qualcosa che non torna. Se sono in ufficio invece non posso picchiare tutti quelli che si avvicinano troppo o con cui magari sono costretto a discutere, anche se in modo concitato… In ognuno di questi casi il mio spazio, diciamo il grado di tolleranza se parliamo di aggressione verbale, deve essere evidentemente differente.

Quindi il “mio” spazio, o meglio la mia percezione dello stesso, si allarga o si restringe a seconda di diversi parametri. In generale possiamo dire che la percezione del nostro spazio cambia a seconda:

  • dell’ambiente in cui ci si trova (locale pubblico, ufficio, strada…)
  • dell’aggressore (teppista, collega, amico…)
  • del tipo di aggressione possibile o, per lo meno, plausibile (verbale, fisica o entrambe)

In ultimo è necessario definire la reazione appropriata.
Quando parlo di “reazione” come sempre non intendo “mandare l’aggressore all’ospedale”. Intendo “riequilibrare una situazione non equilibrata” con una reazione commisurata all’azione (aggressione). Tenendo sempre bene in mente che l’obiettivo non è fare del male, ma evitare di subire un danno (di qualunque tipo esso possa essere) e mettere il nostro avversario non più nelle condizioni di nuocere, utilizzando la stessa forza della sua aggressione contro di lui.

La reazione può anche semplicemente consistere nel far scaricare l’aggressività del nostro avversario restando centrati ed equilibrati, e soprattutto nel caso di un attacco verbale, semplicemente restando calmi e, apparentemente, senza reagire. Anche la “non azione” è comunque azione e, quindi, reazione.

Per riassumere:

  • Se qualcuno ci aggredisce, ma resta al di fuori del nostro spazio, non c’è reazione.
  • Se qualcuno ci aggredisce, entrando nel nostro spazio sia in senso fisico che aggredendoci a parole, scatta la reazione, che però può anche essere non azione.

Per contestualizzare in azienda quanto scritto, riporto un classico esempio da riunione:  un collega che alza la voce e porta a giustificazione motivazioni pretestuose per, ad esempio, non svolgere un compito a lui affidato e magari farlo fare a noi. In questo caso non vi è una vera minaccia nei nostri confronti (i pretesti, in quanto tali, rappresentano una “finta” se vogliamo) e quindi non c’è invasione reale del nostro spazio. E’ probabilmente sufficiente lasciar sfogare la sua aggressività per poi tornare a discutere con calma e riportarlo a più miti consigli.

In altri casi invece potrebbe essere necessario far valere le nostre ragioni in modo assertivo, lasciando quindi esporre agli altri le loro ragioni (ascoltandole) ma portando fermamente le nostre, in un ottica di azione/reazione sempre nel rispetto del nostro “avversario”. Un esempio può essere quello di un superiore eccessivamente esigente, che affida obiettivi  non raggiungibili (o che ci vuol girare l’incarico non gradito dell’esempio precedente). In questo caso sta invadendo il nostro spazio con un’aggressione usando la forza derivante dalla sua posizione. Tali obiettivi NON devono essere accettati portando le corrette motivazioni (reazione equilibrata e commisurata) ed essendo, come sempre, assertivi ma non aggressivi nell’esporle.

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PCD – il Kung Fu può aiutarmi a gestire meglio una riunione?

Nel mio precedente articolo sulla PCD, quando parlo di concentrazione e determinazione affermo che un ruolo fondamentale nel processo viene svolto dal condizionamento mentale. Condizionamento che deriva dall’allenamento continuo, dal provare e riprovare una tecnica.

E’  il caso di fare una precisazione, dopo alcune osservazioni, giustissime,  che mi sono state fatte.

Quella del condizionamento mentale è solo la prima fase, è l’approccio iniziale al percorso di crescita, approccio che viene vissuto nei primi anni di allenamento. Il condizionamento mentale serve a recepire e a far proprie certe regole, siano esse di movimento che di comportamento, affinché diventino parte di noi e riutilizzate in modo spontaneo e naturale quando necessario.

Fase dell'allenamento - reazione ad un'aggressione, riequilibrio.

Il metodo utilizzato dall’istruttore è quello dell’ induzione. L’obiettivo e quello di far capire alla mente (e al corpo) del discente, grazie all’allenamento nell’ambiente protetto e “simulato” della palestra, quali siano le reazioni adeguate alle differenti situazioni che possono accadere nella realtà della vita quotidiana.

La reazione del praticante di T’ien Shu non è quella di un automa, condizionata e meccanica, ma quella di una persona che agisce con spontaneità, con la mente aperta e tranquilla.
Le tappe del percorso di crescita interiore e fisica possono essere così distinte e sintetizzate: conoscenza, pratica, metabolizzazione, appropriazione, movimento spontaneo, consapevolezza.

Quindi, in buona sostanza, il condizionamento mentale è solo uno strumento da utilizzare propedeuticamente nel primo periodo di allenamento. L’obiettivo non è quello di vincolare l’uomo in uno schema (tecnica) ma è quello di renderlo libero e consapevole, valorizzandone le sue capacità tenendo conto delle sue caratteristiche fisiche e psicologiche e del contesto in cui egli si è sviluppato.

Per citare le parole del mio Maestro “…la tecnica, dopo un “lavoro” [lungo] di conoscenza, apprendimento e metabolizzazione si trasformerà in un movimento facente parte di noi stessi, ad uso e somiglianza del nostro modo di essere, di agire, di relazionarsi e di vivere…”. Niente di più vero.

Grazie a Mofuse ora Formazione Marziale si può leggere anche con qualunque smartphone o oggetto simile.
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Un concetto che sta alla base del Kung Fu T’ìen Shu, disciplina che pratico da ormai quasi vent’anni, è quello della “PCD”, acronimo che sta per Predisposizione, Concentrazione e Determinazione.
Nel momento in cui il Maestro chiama una tecnica o dà un comando, se vuole far lavorare gli studenti in un certo modo (o, meglio, ricordargli come si dovrebbe sempre lavorare…) chiama a piena voce “PCD”.

L’obiettivo di questo richiamo è quello di riportare gli studenti in uno stato mentale ben definito, molto vigile, estremamente reattivo e orientato al massimo verso l’obiettivo: neutralizzare l’attacco avversario o portare una determinata tecnica al meglio delle possibilità.
Lo stato ottimale, che si raggiunge dopo lungo allenamento, è caratterizzato da fisico centrato e pronto alla reazione, mente lucida e calma, focus al 100% sull’obiettivo.

Il termine PCD rappresenta, per il praticante di T’ien Shu, sostanzialmente un’àncora, nell’accezione della Programmazione Neuro Linguistica - qui un bell’articolo sull’argomento, in lingua inglese. Serve, quando pronunciato, a fare entrare in uno stato mentale particolarmente lucido, pronto a reagire all’attacco con efficacia e risolutezza, qualunque sia stato il nostro stato mentale di pochi secondi prima.

Predisposizione, Concentrazione e Determinazione nell'esecuzione di una tecnica - Foto www.luciapoggiali.com

Ma come si arriva a questo stato? Come si “ottiene” la PCD? Come faccio a predispormi? Come riesco a concentrarmi, a essere determinato?
Analizziamo le varie fasi punto per punto:

La Predisposizione: predispormi significa mettermi in uno stato mentale adeguato a compiere una determinata azione. Se sto per compiere una tecnica di difesa o un combattimento, il mio stato mentale non può essere quello della persona che sta per andare al cinema. Comincio a visualizzare il mio obiettivo, preparo il mio corpo ad agire, sia mentalmente che, ancora prima, fisicamente, con il riscaldamento. La predisposizione è anche il frutto di anni di allenamento. Posso predispormi quanto voglio ad applicare una tecnica o a combattere, ma se non mi sono preparato adeguatamente, difficilmente andrò da qualche parte…
Le chiavi sono l’allenamento e la capacità di individuare e visualizzare con chiarezza i propri obiettivi.

La Concentrazione: è il passo successivo. So che sto per iniziare un combattimento, mi sono già predisposto e il mio stato mentale è coerente con quello che sto per compiere. Ora tutta la mia attenzione è sul mio obiettivo. Tutto il resto sparisce. La mente deve essere calma, rilassata e allo stesso tempo pronta alla reazione. Se sono agitato, non posso essere concentrato. Il cervello diventa un fiume di pensieri e rischio di mettermi a pensare a quel dolorino che mi da tanto fastidio all’adduttore o alla discussione che ho avuto in ufficio poche ore prima. La concentrazione così se n’è andata ed al suo posto appare un pugno, proprio diretto verso di noi…
Le chiavi qui sono la respirazione, addominale e profonda, e il condizionamento mentale che deriva dall’allenamento continuo.

La Determinazione: è l’atto finale. Combatto o applico la tecnica. Tutta la mia preparazione, la mia concentrazione e la mia energia sono finalizzati all’atto che sto compiendo. Non ci devono essere remore o ripensamenti. O entro, o non entro. O è “si” o è “no”. I “forse” non sono accettabili. Esitare equivale a mancare l’obiettivo o, peggio ancora, essere colpiti.
Qui la chiave è il condizionamento mentale. Il ripetere e provare, che porta a capire che senza determinazione non vi è efficacia in quello che si fa. Nel combattimento, a differenza che in altri contesti (azienda inclusa), in caso di “errore” si ha un riscontro immediato facilmente verificabile:  la tecnica non funziona e si viene colpiti.

Simbolo T'ien Shu

Ora, qual’è quindi il parallelo con l’esperienza in azienda o, in generale, sul lavoro?
Prendiamo ad esempio la classica riunione e ripercorriamo le fasi.
Sto per entrare in riunione, sono il relatore. Arrivo all’ultimo momento, non mi sono assolutamente preparato sull’argomento e la presentazione che dovevo fare è rimasta un foglio bianco in PowerPoint… Entro pensando al fatto che è il compleanno di mia moglie e anche quest’anno me ne sono dimenticato… In riunione, un po’ perché mi mancano alcuni dati fondamentali (non essendomi preparato, vedi sopra) per supportare le mie ipotesi, un po’ perché tentenno nell’esporre, finisco per accettare un lavoro risulterà essere infattibile… E mia moglie staserà mi metterà lo zucchero nelle lenzuola, per punizione…

Chiaramente questa è una situazione paradossale, ma sarà probabilmente capitato a molti (anche a me) di arrivare ad una riunione o ad un appuntamento con un cliente col cervello altrove, mal preparati ed esserci fatti mettere nel sacco magari perché poco determinati nell’esporre le nostre convinzioni.
Il mio Maestro avrebbe gridato a gran voce nelle orecchie “PCD!!!!”. Molto probabilmente affrontando la stessa situazione preparati, con il giusto stato d’animo e ben determinati, avremmo ottenuto ben altro risultato!

Ultima nota: “determinati” non vuol dire “aggressivi” , vuol dire, come sempre, “assertivi”. Così come in palestra essere determinati non vuol dire mandare il nostro avversario al pronto soccorso, in ufficio essere determinati non significa imporre a tutti il proprio volere. Significa portare avanti con decisione le nostre convinzioni, con la corretta apertura mentale per riconoscere quando abbiamo ragione e quando no, quando insistere e, viceversa, quando è il caso di mediare. Nello stesso modo, in palestra, ci si deve accorgere rapidamente quando abbiamo di fronte un avversario con il quale non è il caso di fare “gli splendidi” e venire a più miti consigli, anche se siamo molto determinati, altrimenti al pronto soccorso ci finiamo comunque, ma questa volta da protagonisti…

Be like water my friend. Improvvisare, adattarsi e raggiungere lo scopo.

Segnalo questo interessante articolo di Lapo Baglini pubblicato su Psicolab la scorsa settimana, un case history di Coaching Aziendale e di Formazione Esperienziale, dove, fra le altre discipline, hanno trovato applicazione anche le Arti Marziali (con l’intervento del sottoscritto in qualità di Formatore). Riporto qui di seguito riporto alcuni passaggi significativi e rimando alla lettura dell’intero articolo per approfondimenti:

“…quando l’azienda si pone degli obiettivi [formativi] di più ampio respiro, quando non ci si ferma solo alle competenze tecniche ma si chiede alla propria organizzazione un balzo in avanti in termini di competenze relazionali e trasversali, ecco che l’azienda sta chiedendo di acquisire al proprio interno nuove idee, di imparare nuovi comportamenti. Il che è tanto più vero se si affrontano tematiche quali motivazione, team building, spirito di squadra, leadership. In una parola le declinazioni del coaching aziendale e del Team Coaching….

“…In quest’ottica, dopo aver analizzato i fabbisogni formativi dell’organizzazione, abbiamo deciso di puntare su un intervento di Formazione Esperienziale….”

“…[che] non va però confusa con una generica attività di animazione, in grado di proporre divertenti e suggestive attività fine a se stesse e permettere piacevoli ricordi scarsamente utili in una realtà produttiva e organizzativa.

Il progetto infatti supporta i partecipanti all’interno di un preciso percorso formativo finalizzato allo sviluppo di competenze utili e spendibili. Uno dei punti nodali è il confrontarsi con un terreno sconosciuto dove si è costretti ad adattarsi, correre dei rischi, operare anche senza conoscere tutte le risposte, gestire situazioni di ambiguità oppure trovarsi a svolgere attività più familiari gestendole ed elaborandole però da differenti punti di vista stimolando il pensiero laterale [qui il link al mio articolo sull'argomento]…”

Dopo Rugby  e Teatro “…il percorso è proseguito con la Formazione Marziale, un progetto nuovo in Italia, che abbina i valori tradizionali delle arti marziali a un moderno approccio aziendale. Le pubblicazioni sono in corso di realizzazione, l’unico esempio ci viene per il momento dall’Inghilterra [http://www.corporatemartialarts.com, ndr] anche se in italiano abbiamo un blog ben fatto dell’amico e collega Walter Allievi…”  che  neanche a dirlo è proprio il blog che state leggendo in questo momento :-)
Grazie Lapo!

E pensare che credevo di aver avuto uno spunto originale…

Invece ieri sera mi trovo davanti a queste parole di de Bono: “nello ju-jitsu, se uno dei lottatori prevede le mosse dell’avversario è in grado di utilizzarne la forza e il peso e di volgerle contro l’avversario stesso. Allo stesso modo si può prevedere il corso dei pensieri di una persona che ragiona verticalmente [in senso strettamente logico, ndr], e trarne profitto.

(da “Il Pensiero Laterale, come diventare creativi” – Edward de Bono, BUR, pag. 157)

Lavoro a coppia sull'anticipo

Lavoro a coppia sull'anticipo, toccare la spalla e schivare - studio dell'avversario.

L’analogia di de Bono si aggiunge alla mia (o, meglio, la mia si aggiunge alla sua…), e osserva la stessa questione da un’angolazione diversa: le arti marziali non solo possono aiutare la mente a ragionare in modo “laterale” ma possono anche aiutarci nel “prevedere” i comportamenti del nostro avversario.
Ora, “prevedere” a mio avviso è una verbo da usare con cautela. Non si tratta di vera e propria preveggenza. Più che altro è lo sviluppo di una certa sensibilità che ci porta ad anticipare le mosse del nostro avversario in modo spontaneo, senza forzature. Tu “tiri”, io so già prima che tu parta dove vuoi arrivare. In qualche modo “ti sento”. E non ci sto pensando, lo sento e basta.

Gli orientali dicono che prima attacca il nostro Qi, poi attacca il nostro corpo.

Quando una persona ci attacca, se siamo in grado di “sentire” il suo Qi, siamo in grado di “prevedere” le sue mosse e usare la sua forza contro di esso.

Se siamo in grado di intuire il suo processo mentale, siamo in grado di “manipolarlo” e volgerlo a nostro vantaggio.

Direi che tutto torna, grazie Edward :-)

E’ passato un po’ di tempo (proprio quel tempo che sembra non bastarci mai…) ma alla fine eccoci:
questo il video fatto al festival della creatività lo scorso 15 ottobre dove, dopo qualche placcaggio, una paio di touche ed una mischia di rugby “curate” da Lapo, Marcelo, Lorenzo e altri amici del Firenze Rugby 1931, ho fatto provare a qualche ignara passante la “liberazione” che si prova prendendo a ginocchiate qualcuno… Obiettivo: sfogare e conoscere la propria aggressività, saper controllare quella degli altri e focalizzarsi su un obiettivo preciso.
Tui Shou e Formazione Esperienziale al Festival della Creatività

Tui Shou e Formazione Esperienziale al Festival della Creatività

Poi, per rilassarci un po’ e parlare  di “negoziazione fisica”,  Tui Shou mutuato dal Taichi. E’ stato bellissimo vedere la modifica di atteggiamento del volontario nel breve lasso di tempo in cui abbiamo potuto praticare insieme.
Da una rigidità conflittuale ad una rilassatezza ricettiva. Proprio dove si voleva arrivare.

Dopo di me vedete Paolo in azione, con un esercizio di Team Building da veri equilibristi davvero interessante.

Questo il video:
Qui il link all’articolo completo su PLS Web, dove trovate, fra l’altro, tutti i video del nostro intervento
alla Fortezza.
Questo invece l’articolo di Lorenzo (da leggere :-) ).
 
una menzione speciale va fatta Lapo (qui alcune sue note sull’evento), che con un sangue freddo fuori parametro è partito con una dissertazione sul team building, microfono alla mano, davanti ad un open space vuoto se non per qualche passante indifferente…
Dopo 5 minuti (e, ammetto, 3 rugbisti prestanti che si atteggiavano nei dintorni) si era raccolta una piccola folla (prevalentemente donne…) ad ascoltarlo. Un grande.

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